Storia della tecnica Meisner

La Tecnica Meisner non nasce come un metodo elaborato a tavolino da un singolo insegnante. Le sue radici si trovano in uno dei periodi più importanti della storia della recitazione americana: l’incontro con il lavoro di Konstantin Stanislavskij, la nascita del Group Theatre e il confronto tra alcuni degli attori e insegnanti che avrebbero segnato il teatro statunitense del Novecento.

Sanford Meisner fu parte di quella generazione insieme a figure come Lee Strasberg, Stella Adler, Harold Clurman e Robert Lewis. È all’interno di quel laboratorio artistico, e successivamente nel lungo lavoro di insegnamento al Neighborhood Playhouse, che cominciò a definire una propria risposta a una domanda fondamentale: come preparare l’attore a comportarsi con verità nelle circostanze della scena? La Neighborhood Playhouse indica il 1935 come l’anno in cui Meisner entrò nella propria facoltà, e fu proprio quello il luogo in cui la sua tecnica venne sviluppata e affinata nel corso degli anni, prima della sua migrazione a Los Angeles, negli ultimi anni di vita e insegnamento.

Prima della Tecnica Meisner: il problema di una nuova recitazione americana

Per comprendere la nascita della Tecnica Meisner bisogna tornare alla New York degli anni Venti e all’insoddisfazione di una giovane generazione di uomini e donne di teatro verso il sistema dominante di Broadway. Il problema non era soltanto trovare nuovi testi o nuovi stili: riguardava il modo stesso in cui attori, registi e autori lavoravano insieme.

Harold Clurman racconta come, già alla fine degli anni Venti, lui e Lee Strasberg fossero alla ricerca di un teatro nel quale il lavoro dell’attore non fosse considerato semplicemente una prestazione da utilizzare all’interno di una produzione. Nei primi esperimenti del 1928, ai quali partecipò anche Sanford Meisner, l’idea era che le prove dovessero diventare anche un luogo di formazione dell’attore. Clurman osserva che nel teatro professionale si dava spesso per scontato che l’attore fosse già pronto a eseguire ciò che gli veniva richiesto, mentre il suo sviluppo come artista e artigiano veniva trascurato.

Questa attenzione al training è decisiva per capire ciò che verrà dopo. Il progetto non nasceva infatti dall’intenzione di inventare una nuova “tecnica Meisner”, che ancora non esisteva, ma dalla ricerca di strumenti che permettessero agli attori di lavorare con maggiore profondità e di creare un rapporto meno meccanico con il materiale drammatico. Clurman scrive che l’obiettivo era avvicinare l’attore al contenuto dell’opera e collegare la sua esperienza individuale all’impulso creativo del drammaturgo.

L’arrivo del sistema di Stanislavskij in America

Uno dei riferimenti centrali di questa ricerca fu il lavoro sviluppato al Moscow Art Theatre da Konstantin Stanislavskij. Lee Strasberg aveva studiato con Richard Boleslavsky e Maria Ouspenskaya all’American Laboratory Theatre, dove Clurman ricorda che veniva insegnata agli attori americani una tecnica derivata dal Moscow Art Theatre.

Quel lavoro non era una teoria astratta, ma un mezzo attraverso il quale l’attore poteva utilizzare se stesso con maggiore consapevolezza nella ricerca della verità sulla scena. Il punto di partenza era l’insoddisfazione verso una recitazione percepita come convenzionale, costruita attraverso cliché e artifici anziché radicata nell’esperienza umana.

È dentro questa ricerca — prima ancora della nascita ufficiale del Group Theatre — che si incontrano alcune delle figure destinate a prendere strade molto diverse: Lee Strasberg, Stella Adler e Sanford Meisner. Condividevano il desiderio di superare una recitazione puramente convenzionale, ma negli anni successivi avrebbero dato risposte differenti alla stessa domanda: da dove nasce la verità dell’attore?

1931: nasce il Group Theatre

Tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, l’idea di un nuovo teatro cominciò a prendere forma attorno a Harold Clurman, Cheryl Crawford e Lee Strasberg. Il progetto era diverso dalla normale logica di Broadway: non partire da uno spettacolo e cercare gli attori adatti, ma creare prima una compagnia stabile, capace di crescere insieme e di sviluppare un linguaggio comune. Sanford Meisner fu uno degli attori coinvolti fin dalle prime fasi di questa esperienza.

Nel giugno del 1931 ventotto attori lasciarono New York per trascorrere l’estate a Brookfield, nel Connecticut. Non si trattava soltanto di preparare una produzione. Quelle settimane dovevano servire a costruire un gruppo, allenare gli attori e sperimentare un modo di lavorare che mettesse al centro la formazione, la verità scenica e il rapporto tra l’individuo e l’insieme.

Lee Strasberg ebbe un ruolo decisivo nel training della compagnia. Il lavoro derivato dal sistema di Stanislavskij offriva agli attori strumenti nuovi rispetto alle convenzioni della recitazione americana dell’epoca: l’obiettivo non era semplicemente eseguire correttamente una parte, ma arrivare a un comportamento e a un’esperienza scenica percepiti come autentici.

Per Meisner il Group Theatre rappresentò quindi molto più di una compagnia in cui recitare. Fu il luogo in cui alcune delle domande che avrebbero accompagnato tutta la sua ricerca divennero concrete: come si forma un attore? Da dove nasce la verità sulla scena? E come si può evitare che la recitazione diventi soltanto tecnica, artificio o esecuzione?

Strasberg e la memoria affettiva

Nei primi anni del Group Theatre, Lee Strasberg concentra una parte importante del training sulla ricerca di un’emozione autentica. Uno degli strumenti centrali è la affective memory, la memoria affettiva: attraverso il ricordo dettagliato di esperienze personali, l’attore cerca di riattivare uno stato emotivo che possa alimentare il lavoro sulla scena.

Per molti membri della compagnia questo approccio rappresenta una vera scoperta. L’emozione non deve più essere semplicemente imitata o mostrata attraverso convenzioni teatrali: può nascere da qualcosa che l’attore riconosce come realmente proprio. Nei primi anni del Group, Strasberg attribuisce a questa ricerca un’importanza enorme.

Ma proprio qui comincia a emergere una delle questioni che cambieranno la storia della recitazione americana. Quanto deve guardare dentro di sé l’attore per trovare ciò che gli serve? E quanto, invece, deve lasciare che siano le circostanze, l’azione e soprattutto l’altro attore a provocare ciò che accade?

Questa domanda diventerà sempre più importante all’interno del Group Theatre e porterà alcuni dei suoi membri a prendere strade differenti.

Stella Adler incontra Stanislavskij: una svolta nel Group Theatre

Nel 1934 Stella Adler arrivò a un punto di forte insoddisfazione verso il modo in cui il sistema veniva applicato all’interno del Group Theatre. Durante un soggiorno a Parigi ebbe l’occasione di incontrare direttamente Stanislavskij e di lavorare con lui per diverse settimane. Quell’esperienza mise in discussione l’idea che la memoria affettiva dovesse avere un ruolo così dominante nel lavoro dell’attore.

Al ritorno, il confronto all’interno del Group fu inevitabile. L’uso intenso degli esercizi di memoria affettiva venne rimesso in discussione e il lavoro cominciò ad aprirsi maggiormente verso le circostanze, l’immaginazione e l’azione. Strasberg non abbandonò però la propria ricerca e continuò a sviluppare una strada personale.

È proprio da questa frattura che iniziano a delinearsi alcune delle grandi direzioni della recitazione americana del Novecento. Strasberg continuerà a porre grande attenzione alla vita emotiva interna dell’attore. Adler svilupperà sempre di più il lavoro sull’immaginazione e sulle circostanze. Meisner, invece, comincerà progressivamente a spostare il centro della propria ricerca verso qualcosa di diverso: il comportamento, l’ascolto e ciò che accade realmente tra due attori.

Meisner prende una strada diversa

Il confronto nato all’interno del Group Theatre non portò semplicemente alla nascita di scuole concorrenti. Mise ciascuno dei suoi protagonisti di fronte alla necessità di capire quale fosse, per lui, il vero centro del lavoro dell’attore. Anche Meisner iniziò progressivamente a cercare una propria risposta.

La sua attenzione si spostò sempre più dal tentativo di produrre dall’interno uno stato emotivo verso ciò che accade nel momento presente: il comportamento, l’azione, l’ascolto e soprattutto il rapporto con l’altro attore. La domanda cominciava a cambiare. Non più soltanto come posso trovare dentro di me l’emozione necessaria alla scena?, ma che cosa mi sta realmente accadendo mentre sono qui, in relazione con un’altra persona?

Nel frattempo Meisner stava assumendo anche un ruolo sempre più attivo come regista. Nel gennaio del 1935, per esempio, lavorò insieme a Clifford Odets alla messa in scena di Waiting for Lefty, uno degli eventi più significativi nella storia del Group Theatre.

La Neighborhood Playhouse

Sempre nel 1935 Meisner entrò a far parte del corpo docente della Neighborhood Playhouse School of the Theatre di New York. È qui che la ricerca iniziata negli anni del Group Theatre avrebbe trovato lo spazio per trasformarsi, nel corso del tempo, in un vero percorso pedagogico.

Il passaggio è fondamentale: Meisner non si limita a formulare delle idee sulla recitazione, ma comincia a costruire una sequenza di esercizi attraverso cui allenare concretamente l’attore. L’attenzione al partner, la risposta a ciò che accade, la realtà del fare e, successivamente, il lavoro sulle circostanze, sulla preparazione, sul testo e sul personaggio diventano parti di un percorso progressivo.

La Tecnica Meisner nasce quindi da una lunga evoluzione. Porta con sé la ricerca di verità scenica proveniente da Stanislavskij e l’esperienza collettiva del Group Theatre, ma la riorganizza intorno alla domanda che diventerà centrale nel lavoro di Meisner: come liberare l’attore dall’eccessivo controllo di sé e renderlo realmente disponibile a ciò che sta accadendo?

Da New York a Los Angeles: gli ultimi anni della ricerca di Meisner

Il rapporto di Meisner con Los Angeles comincia già nel 1958, quando lascia temporaneamente il Neighborhood Playhouse per lavorare alla 20th Century Fox, dove dirige la divisione dedicata ai nuovi talenti. L’esperienza hollywoodiana dura però pochi anni: Meisner torna poi a New York e riprende il proprio lavoro al Neighborhood Playhouse, dove continuerà a insegnare per gran parte della sua vita.

Negli anni successivi la sua attività didattica comincia però ad allargarsi oltre New York. Insieme a James “Jimmy” Carville, suo compagno di vita e collaboratore, Meisner crea la Meisner/Carville School of Acting. Il progetto prende forma sull’isola caraibica di Bequia, dove vengono organizzati intensivi di recitazione, e successivamente arriva anche in California, a North Hollywood.

La Meisner/Carville School of Acting

La nuova scuola permette a Meisner di continuare a trasmettere il training sviluppato durante decenni di insegnamento, questa volta anche a una generazione di attori che gravitava intorno all’industria cinematografica di Los Angeles.

Negli ultimi anni Meisner dedica inoltre grande attenzione alla trasmissione del proprio lavoro agli insegnanti che avrebbero dovuto continuarlo dopo di lui.

Il percorso iniziato negli anni del Group Theatre aveva così attraversato più di sessant’anni di insegnamento. Da giovane attore alla ricerca di una nuova forma di verità scenica, Meisner era diventato il fondatore di un sistema di training destinato a essere insegnato ben oltre New York e oltre la sua stessa vita.

L’ultima interpretazione di Meisner e la lettera di Steven Spielberg

Nel 1995, ormai vicino ai novant’anni, Sanford Meisner tornò davanti alla macchina da presa per quella che sarebbe stata la sua ultima interpretazione come attore. Apparve nella prima stagione di ER, nell’episodio Sleepless in Chicago, nel ruolo di Joseph Klein. L’episodio andò in onda il 23 febbraio 1995 ed era diretto da Christopher Chulack.

Quella partecipazione assume un significato ancora maggiore se si considera ciò che Meisner aveva attraversato negli anni precedenti. Nel 1970 era stato colpito da un tumore alla laringe e aveva subito una laringectomia, un intervento che comportò la perdita della sua voce naturale. In seguito imparò a parlare attraverso la voce esofagea e continuò comunque a insegnare per molti anni. Le testimonianze raccolte in Sanford Meisner on Acting descrivono anche il piccolo microfono utilizzato per amplificare la sua voce durante le lezioni; nei filmati d’archivio del suo insegnamento oggi disponibili online è possibile vedere Meisner continuare a lavorare con gli attori nonostante queste difficoltà.

La sua apparizione in ER diventa quindi quasi simbolica: dopo decenni trascorsi a insegnare agli altri come vivere con verità nelle circostanze della scena, Meisner tornava personalmente a confrontarsi con il mestiere dell’attore, in età avanzata e con uno strumento vocale completamente diverso da quello con cui aveva lavorato nella prima parte della sua carriera.

ER era inoltre un progetto strettamente legato a Steven Spielberg. Michael Crichton aveva originariamente concepito la storia come un film e, molti anni dopo, insieme a Spielberg la trasformò nel progetto televisivo che sarebbe diventato la serie.

Nella scuola di Los Angeles fondata da Meisner era conservata una lettera di Spielberg indirizzata a lui, che ho avuto modo di vedere personalmente. In quella lettera Spielberg esprimeva la propria ammirazione per la sua interpretazione e, più in generale, riconosceva l’enorme contributo che Meisner aveva dato alla recitazione americana attraverso una vita dedicata alla formazione degli attori.

È un episodio che chiude idealmente il cerchio della sua carriera: l’attore che era diventato uno dei grandi maestri della recitazione americana tornava, alla fine della propria vita, a essere nuovamente attore. E il riconoscimento di Spielberg assume così un significato più ampio del semplice apprezzamento per una singola apparizione televisiva: diventa un omaggio a decenni di lavoro che avevano contribuito a cambiare il modo in cui generazioni di attori americani si avvicinavano alla scena.