Reality of doing nella Tecnica Meisner: cosa significa davvero

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Reality of doing nella Tecnica Meisner: cosa significa davvero

Quando si incontra per la prima volta l’espressione reality of doing, può sembrare quasi banale.

Se devi fare qualcosa sulla scena, fallo davvero.

Ma dietro questa formulazione apparentemente semplice c’è uno dei principi fondamentali del lavoro di Sanford Meisner. Tanto che, all’inizio di Sanford Meisner on Acting, Meisner introduce il lavoro dei suoi studenti partendo proprio da questo punto:

“The foundation of acting is the reality of doing.”

La realtà del fare è il fondamento della recitazione. cursteatrubucuresti.ro

Ma che cosa significa concretamente?

E soprattutto: perché un principio apparentemente così elementare dovrebbe avere tanta importanza nella formazione di un attore?

Prima di recitare, fare

Una delle difficoltà dell’attore consiste nel fatto che sa di trovarsi all’interno di una rappresentazione.

Sa che il pubblico sta guardando.

Sa che la scena è stata provata.

Sa che gli oggetti fanno parte di una scenografia.

Sa che le circostanze sono immaginarie.

Questa consapevolezza può portarlo, anche involontariamente, a rappresentare ciò che sta facendo invece di farlo realmente.

Può mostrare di ascoltare invece di ascoltare.

Può mostrare di osservare qualcosa invece di guardarla davvero.

Può eseguire il comportamento che associa a una determinata azione senza essere realmente coinvolto nell’azione stessa.

Meisner parte da un principio molto più semplice: se stai facendo qualcosa, fallo.

Nel primo incontro raccontato in Sanford Meisner on Acting, utilizza attività elementari proprio per chiarire il concetto. Chiede agli studenti se lo stanno realmente ascoltando, li porta a contare o osservare elementi presenti nella stanza e insiste sulla differenza tra svolgere davvero un compito e rappresentare esteriormente l’idea di svolgerlo. cursteatrubucuresti.ro

Fare davvero non significa semplicemente usare oggetti veri

È qui che il concetto può essere frainteso.

La reality of doing non significa soltanto:

se devi bere, bevi davvero; se devi aprire una porta, aprila davvero.

Questi esempi aiutano a comprenderne il principio, ma il problema è molto più profondo.

La questione riguarda dove si trova l’attenzione dell’attore.

Se sto realmente cercando qualcosa, la mia attenzione è rivolta alla ricerca.

Se sto realmente contando, è rivolta a ciò che sto contando.

Se sto realmente ascoltando qualcuno, è rivolta a quello che quella persona mi sta comunicando.

Nel momento in cui cerco invece di sembrare concentrato, preoccupato, interessato o emozionato, una parte della mia attenzione torna verso di me.

Comincio a controllare l’effetto della mia recitazione.

Ed è proprio questo tipo di autocontrollo che il training cerca progressivamente di ridurre.

L’esempio dell’ascolto

L’ascolto permette di capire bene la differenza.

Un attore può sapere perfettamente come appare una persona che ascolta.

Può guardare il partner.

Può annuire.

Può reagire nei punti appropriati.

Può aspettare che l’altro finisca di parlare prima di pronunciare la propria battuta.

Eppure potrebbe non stare ascoltando davvero.

Potrebbe essere concentrato sulla battuta successiva, sul tono che vuole utilizzare o sull’effetto che vuole ottenere.

La reality of doing sposta la domanda.

Non:

Come posso far vedere che sto ascoltando?

Ma:

Sto realmente ascoltando?

Nel testo di Meisner questo passaggio viene introdotto fin dalla prima lezione proprio attraverso la domanda rivolta agli studenti: stanno ascoltando oppure stanno fingendo di ascoltare? cursteatrubucuresti.ro

È una distinzione semplice, ma contiene già molto del lavoro che verrà dopo.

Dal risultato al processo

L’attore tende facilmente a ragionare in termini di risultati.

Devo essere arrabbiato.

Devo essere commosso.

Questa scena deve essere intensa.

Qui il pubblico deve capire che sono nervoso.

Il problema è che un risultato non è necessariamente qualcosa che possiamo fare.

Possiamo invece agire.

Possiamo cercare.

Possiamo ascoltare.

Possiamo convincere.

Possiamo costruire, riparare, organizzare, nascondere, ottenere qualcosa.

Il principio della reality of doing riporta l’attore verso il processo concreto invece che verso l’effetto finale.

William Esper, sviluppando il lavoro ricevuto da Meisner, presenta questo principio proprio come uno dei fondamenti del training: l’attenzione viene posta sull’imparare a fare realmente, non a produrre l’apparenza del fare. Penguin Random House Higher Education

Perché il fare aiuta a ridurre l’autocontrollo

Pensiamo a una situazione quotidiana.

Se stiamo realmente cercando una chiave che abbiamo perso e abbiamo urgente bisogno di trovarla, difficilmente ci chiediamo:

Sto sembrando abbastanza concentrato?

Siamo occupati da un problema.

La nostra attenzione ha una destinazione.

Questo non significa che un attore debba dimenticare di essere su un palcoscenico o perdere ogni consapevolezza tecnica.

Significa che, nel momento del lavoro, deve poter affidare una parte sempre maggiore della propria attenzione a qualcosa che esiste fuori dal controllo della propria performance.

È uno dei motivi per cui il fare acquista tanta importanza nel training.

L’attore non riceve semplicemente l’istruzione di essere più spontaneo.

Gli viene dato qualcosa che può realmente fare.

Reality of doing e repetition

Anche la repetition può essere compresa meglio attraverso questo principio.

Quando due attori affrontano correttamente l’esercizio, non dovrebbero cercare di rappresentare l’ascolto.

Devono realmente osservare e ricevere qualcosa dall’altra persona.

Se il partner cambia, c’è qualcosa da ricevere.

Se qualcosa nel suo comportamento colpisce l’attore, quella modificazione diventa parte del lavoro.

La repetition non chiede quindi di produrre artificialmente una relazione interessante.

Crea una situazione estremamente semplice nella quale l’attore può cominciare a fare realmente una cosa fondamentale: prestare attenzione all’altro.

Per questo repetition e reality of doing non sono due idee separate.

Appartengono alla stessa costruzione progressiva.

Ma le circostanze della scena sono immaginarie

Qui compare quello che potrebbe sembrare un paradosso.

La recitazione avviene dentro circostanze immaginarie.

Se tutto deve essere reale, come può un attore lavorare con qualcosa che non esiste?

Il punto non è rendere reale la finzione.

Il punto è rendere reale ciò che l’attore fa all’interno della finzione.

Le circostanze possono essere immaginarie, ma l’attenzione, l’azione, l’ascolto e le conseguenze che l’attore riceve nel momento possono essere autentici.

Esper formula questa continuità collegando direttamente il fare alle circostanze immaginarie: il lavoro non consiste nel sostituire l’immaginazione con la realtà quotidiana, ma nel permettere all’attore di fare realmente dentro una realtà immaginata. Penguin Random House Higher Education

È una distinzione essenziale.

La reality of doing non significa ignorare la tecnica

Un altro possibile equivoco sarebbe pensare:

Allora basta fare davvero qualcosa e la recitazione diventa automaticamente vera.

No.

La reality of doing è una fondazione, non l’intero edificio.

Meisner la introduce all’inizio proprio perché su quella base verranno progressivamente aggiunti nuovi problemi.

Il partner.

Le attività.

Le circostanze.

La preparazione emotiva.

Le relazioni.

Il testo.

Il personaggio.

Man mano che il training procede, la difficoltà cresce: l’attore deve conservare la capacità di fare e rispondere realmente mentre aumenta tutto ciò che deve sostenere.

È per questo che la Tecnica Meisner non può essere ridotta a un semplice invito alla spontaneità.

È un training progressivo.

Quando il fare diventa più difficile

Contare oggetti in una stanza è relativamente semplice.

Continuare a fare realmente qualcosa mentre un’altra persona entra, ci parla, ci provoca o modifica il nostro stato è molto più difficile.

Ed è proprio qui che il training comincia a evolversi.

L’attore deve scoprire se ciò che sta facendo è abbastanza concreto da occupare davvero la propria attenzione e, contemporaneamente, se rimane disponibile a ciò che arriva dal partner.

Nasce così una tensione fondamentale:

fare realmente qualcosa senza chiudersi all’altra persona.

Questa tensione ci porta direttamente verso uno dei passaggi successivi del training: la Independent Activity.

Dal principio all’Independent Activity

Con l’Independent Activity la reality of doing non rimane più soltanto un principio astratto.

L’attore riceve qualcosa da fare.

L’attività richiede attenzione, precisione e coinvolgimento.

Nel frattempo, però, esiste anche un partner.

E improvvisamente due esigenze possono entrare in conflitto: ciò che devo fare e ciò che sta accadendo tra me e l’altra persona.

È proprio questo che rende l’esercizio interessante.

Non si tratta semplicemente di tenere le mani occupate mentre si fa repetition.

L’attività introduce un nuovo livello di complessità nel training e mette alla prova la capacità dell’attore di rimanere dentro il fare senza smettere di ricevere il partner.

Ed è da qui che proseguiremo nel prossimo approfondimento.

La semplicità alla base del training

La reality of doing può sembrare uno dei principi più semplici della Tecnica Meisner.

In un certo senso lo è.

Ma proprio questa semplicità permette di vedere un problema molto profondo del lavoro dell’attore.

Sto facendo qualcosa oppure sto mostrando al pubblico l’idea di qualcuno che la sta facendo?

Gran parte del training che seguirà renderà questa domanda progressivamente più complessa.

Ma il punto di partenza rimane sorprendentemente elementare:

prima di cercare di produrre una performance credibile, l’attore deve imparare a fare realmente.

Il passo successivo del training

Nel prossimo approfondimento vedremo come questo principio entra concretamente nella Independent Activity e perché Meisner introduce un’attività reale all’interno del lavoro con il partner.

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