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  • Non ascoltare davvero il partner: quando la scena diventa solo esecuzione

    Un attore può guardare il partner negli occhi.

    Può rispettare perfettamente le pause.

    Può aspettare che l’altro finisca di parlare.

    Può rispondere al momento giusto.

    E tuttavia non ascoltarlo davvero.

    È uno dei problemi più difficili da riconoscere, perché dall’esterno tutto può sembrare corretto.

    La scena funziona.

    Le battute arrivano.

    I tempi sono precisi.

    Ma qualcosa non accade.

    L’altro attore non modifica realmente nulla.

    È presente, ma non necessario.

    Ascoltare non significa soltanto sentire le parole

    Nella vita quotidiana possiamo sentire perfettamente ciò che qualcuno dice senza lasciarci realmente coinvolgere.

    Lo stesso può accadere in scena.

    L’attore sente la battuta.

    La riconosce.

    Sa che è arrivato il proprio turno.

    Risponde.

    Formalmente ha ascoltato.

    Ma in realtà ha soltanto utilizzato le parole del partner come segnale.

    È la differenza tra:

    sentire ciò che viene detto

    e

    ricevere ciò che sta accadendo.

    Il partner può diventare un cue

    Quando conosciamo molto bene una scena, sappiamo esattamente cosa verrà detto.

    Sappiamo dove arriva la domanda.

    Dove cambia il tono.

    Dove c’è la pausa.

    Dove arriva la nostra battuta.

    A quel punto il partner può progressivamente trasformarsi in un cue.

    Non importa davvero come ci parla.

    Importa che pronunci la frase giusta.

    Appena riconosciamo il segnale, parte la risposta.

    È un meccanismo molto efficiente.

    Ed è proprio questo il problema.

    Aspettare il proprio turno non è ascoltare

    Abbiamo già affrontato questo tema parlando dell’anticipazione.

    Ma qui possiamo formularlo in modo ancora più preciso.

    Un attore può sembrare attentissimo mentre, in realtà, sta soltanto aspettando.

    Sta pensando:

    Quando finisce questa battuta, tocca a me.

    Oppure:

    Fra poco arriva quel punto.

    Oppure ancora:

    Adesso devo prepararmi per la mia reazione.

    L’attenzione sembra essere sull’altro.

    Ma è già orientata verso ciò che l’attore dovrà fare dopo.

    L’ascolto reale contiene una possibilità di cambiamento

    Possiamo usare un criterio molto semplice.

    Se il partner cambiasse davvero qualcosa nel proprio comportamento, la nostra risposta potrebbe modificarsi?

    Se la risposta è no, probabilmente non stiamo ascoltando davvero.

    Se il partner:

    parla più piano,

    ci evita,

    ci provoca,

    esita,

    sembra improvvisamente fragile,

    ci attacca,

    ci sorprende,

    ma noi manteniamo comunque la stessa pausa, lo stesso tono e la stessa intensità, allora ciò che accade davanti a noi conta poco.

    La scena è già stata decisa.

    Ascoltare significa permettere una conseguenza

    Questo non significa che ogni parola debba produrre una reazione evidente.

    Ascoltare non vuol dire riempire la scena di:

    sguardi,

    movimenti,

    cambi di tono,

    sospiri,

    reazioni visibili.

    Una persona può ricevere qualcosa di molto forte e rimanere quasi immobile.

    Il punto non è mostrare la reazione.

    Il punto è che qualcosa abbia conseguenze sul comportamento.

    Per questo possiamo formulare il principio così:

    Ascoltare non significa aspettare che l’altro finisca di parlare. Significa permettere che ciò che fa abbia una conseguenza.

    Il rischio della scena molto provata

    Più una scena viene ripetuta, più questo problema può diventare forte.

    All’inizio delle prove l’attore non sa ancora esattamente cosa accadrà.

    È più facile che osservi.

    Che scopra.

    Che si sorprenda.

    Poi la scena prende forma.

    Si trovano tempi.

    Si costruiscono movimenti.

    Si fissano soluzioni.

    E lentamente può accadere qualcosa.

    L’attore smette di ricevere la scena e comincia a riprodurla.

    La precisione può nascondere la mancanza di ascolto

    Una scena molto precisa può sembrare molto viva.

    Ma precisione e ascolto non sono la stessa cosa.

    Due attori possono eseguire una scena con una sincronizzazione quasi perfetta.

    Battuta.

    Pausa.

    Risposta.

    Movimento.

    Sguardo.

    Silenzio.

    Eppure tutto può essere già stabilito.

    Il rischio è che la scena funzioni allo stesso modo indipendentemente da quello che uno dei due fa realmente.

    Quando il comportamento del partner diventa irrilevante

    Questo è forse il segnale più chiaro.

    Se io so già:

    come ti guarderò,

    quando mi arrabbierò,

    quando abbasserò la voce,

    quando farò una pausa,

    quando sarò ferito,

    allora tu puoi diventare quasi superfluo.

    La mia performance potrebbe funzionare anche davanti a un partner completamente diverso.

    A quel punto non sto più lavorando con te.

    Sto eseguendo qualcosa accanto a te.

    Conoscere il testo rende l’ascolto più difficile

    Il copione introduce una difficoltà particolare.

    Nella vita reale non conosciamo la frase che una persona sta per dirci.

    In scena sì.

    Questo significa che l’attore deve ascoltare qualcosa che conosce già.

    È un paradosso.

    Non può fingere di aver dimenticato il testo.

    Ma non dovrebbe comportarsi come se l’evento fosse già avvenuto.

    Per questo conoscere bene le battute non basta.

    Bisogna evitare che la conoscenza del testo diventi conoscenza anticipata della risposta.

    Il problema non è sapere: è usare ciò che sappiamo troppo presto

    Un attore professionista deve conoscere la scena.

    Sa che cosa succederà.

    Sa dove porta.

    Sa quale evento arriverà.

    Non può cancellare queste informazioni.

    Il problema nasce quando comincia a utilizzarle prima che la scena le renda disponibili al personaggio.

    Sa che il partner mentirà.

    Quindi comincia già a trattarlo come un bugiardo.

    Sa che arriverà una confessione.

    Quindi entra già emotivamente preparato a riceverla.

    Sa che la scena esploderà.

    Quindi il corpo comincia a irrigidirsi molto prima.

    L’ascolto viene sostituito dall’anticipazione.

    Le Relationships rendono l’ascolto più specifico

    Il lavoro sulle Relationships aggiunge un altro livello.

    Non ascoltiamo soltanto delle parole.

    Ascoltiamo quella persona.

    Se una frase viene detta da qualcuno che per noi non significa nulla, può avere un peso minimo.

    La stessa frase detta da qualcuno da cui dipendiamo emotivamente può avere un effetto enorme.

    La Relationship rende il partner specifico.

    L’ascolto permette che quella specificità abbia conseguenze.

    Sono due aspetti strettamente collegati.

    La preparazione non deve diventare una barriera

    Anche la preparazione emotiva può interferire con l’ascolto.

    Immaginiamo di entrare in scena molto arrabbiati.

    La preparazione ha funzionato.

    Ma poi il partner fa qualcosa di completamente inatteso.

    Se continuiamo a difendere la rabbia perché era ciò che avevamo preparato, smettiamo di ricevere ciò che sta accadendo.

    La preparazione diventa una barriera.

    Il principio rimane lo stesso:

    ciò che abbiamo preparato non dovrebbe essere più importante di ciò che sta accadendo.

    Anche il personaggio può diventare un ostacolo

    Lo stesso problema può apparire nel character work.

    L’attore pensa:

    Il mio personaggio è freddo.

    Il mio personaggio è arrogante.

    Il mio personaggio non mostra debolezza.

    Poi il partner fa qualcosa che potrebbe realmente incrinare quella condizione.

    Ma l’attore protegge il personaggio.

    Non può cambiare.

    Perché deve rimanere coerente.

    A quel punto il personaggio ha smesso di essere una condizione.

    È diventato una serie di risposte obbligatorie.

    Ascoltare non significa essere passivi

    Un altro equivoco importante è pensare che ascoltare significhi aspettare.

    Come se l’attore dovesse semplicemente ricevere tutto ciò che l’altro fa.

    Ma l’ascolto non elimina l’azione.

    Possiamo voler:

    convincere,

    fermare,

    sedurre,

    evitare,

    attaccare,

    proteggere,

    ottenere qualcosa.

    Il fatto di avere una necessità non impedisce di ascoltare.

    Anzi.

    L’altro diventa importante proprio perché può aiutarci, ostacolarci o modificare ciò che stiamo cercando di fare.

    L’ascolto non deve essere visibile

    Alcuni attori, quando ricevono l’indicazione di ascoltare, cominciano a mostrare l’ascolto.

    Fissano intensamente il partner.

    Aumentano le reazioni.

    Riempiono ogni battuta dell’altro di piccoli segnali.

    Ma anche questo può diventare una performance.

    L’obiettivo non è dimostrare al pubblico che stiamo ascoltando.

    È lasciare che ciò che riceviamo entri realmente nel comportamento.

    A volte questo sarà visibile.

    A volte quasi per niente.

    La repetition lavora proprio su questo problema

    È uno dei motivi per cui la repetition occupa un posto così importante all’inizio del training.

    Riducendo inizialmente la complessità del testo, l’attore può occuparsi maggiormente di ciò che ha davanti.

    Non deve costruire una scena sofisticata.

    Non deve interpretare una lunga sequenza di battute.

    Deve progressivamente imparare a spostare l’attenzione.

    Il partner smette di essere un ostacolo alla propria performance.

    Diventa il centro di ciò che sta accadendo.

    Ma ascoltare non significa reagire automaticamente

    Qui bisogna evitare anche l’equivoco opposto.

    Se l’altro fa qualcosa, non siamo obbligati a cambiare sempre immediatamente.

    Una persona può ricevere un attacco e scegliere di ignorarlo.

    Può essere profondamente ferita e continuare a sorridere.

    Può capire perfettamente ciò che sta accadendo e decidere di non mostrarlo.

    La presenza di una conseguenza non significa una reazione meccanica.

    L’ascolto non crea una formula del tipo:

    stimolo → reazione evidente.

    Crea disponibilità.

    La stessa battuta può nascere in modi diversi

    Pensiamo ancora una volta a una frase molto semplice:

    “Non importa.”

    Può nascere dopo:

    una delusione,

    una provocazione,

    un tentativo di proteggersi,

    una resa,

    un gesto di tenerezza,

    la decisione di chiudere una discussione.

    Il testo è identico.

    Ma se ascoltiamo realmente ciò che accade prima, il modo in cui quella frase emerge può cambiare.

    Non perché cerchiamo variazioni.

    Perché cambia ciò che abbiamo ricevuto.

    Non serve cercare la sorpresa

    Anche qui sarebbe un errore cercare artificialmente qualcosa di nuovo.

    L’attore potrebbe pensare:

    Devo farmi sorprendere.

    Ma la sorpresa forzata è soltanto un’altra forma di recitazione.

    Non bisogna inventare l’imprevisto.

    Bisogna non impedirlo.

    La scena può risultare molto simile alla sera precedente.

    Ma la somiglianza dovrebbe essere una conseguenza del lavoro.

    Non l’obiettivo da riprodurre.

    L’ascolto è incompatibile con una scena completamente chiusa

    Una scena può essere preparata.

    Provata.

    Costruita.

    Molto precisa.

    Ma se non conserva alcuna possibilità di modificazione, l’ascolto diventa decorativo.

    L’attore può guardare il partner.

    Può aspettare.

    Può sembrare presente.

    Ma se il risultato è già completamente deciso, ciò che riceve non può più avere peso.

    La scena è chiusa.

    Essere preparati senza sapere già cosa succederà

    Torniamo così a un principio che attraversa quasi tutto il training.

    Essere preparati non significa sapere già cosa succederà.

    L’attore può conoscere:

    il testo,

    le circostanze,

    la relazione,

    il personaggio,

    gli eventi,

    la struttura.

    Può aver provato la scena decine di volte.

    Ma dentro quella struttura deve rimanere una possibilità:

    che ciò che il partner fa conti.

    Quando la scena diventa solo esecuzione

    Possiamo riconoscere questo problema quando:

    le reazioni arrivano sempre allo stesso punto,

    le pause sono impermeabili a ciò che accade,

    le emozioni sembrano già programmate,

    il partner serve principalmente a fornire le battute,

    la scena funzionerebbe quasi allo stesso modo con chiunque al suo posto.

    A quel punto l’attore non sta necessariamente recitando male.

    Può essere molto preciso.

    Molto credibile.

    Persino emozionante.

    Ma la scena rischia di essere diventata un’esecuzione.

    Ascoltare significa accettare un piccolo rischio

    Il vero ascolto introduce sempre una quota di rischio.

    Non il rischio di dimenticare il testo o distruggere la struttura.

    Il rischio che il momento non sia esattamente come lo avevamo immaginato.

    Che una pausa non arrivi.

    Che un’emozione abbia un’altra intensità.

    Che una battuta nasca diversamente.

    Che il partner ci porti in una direzione leggermente nuova.

    È un rischio controllato dentro una struttura preparata.

    Ma senza quella possibilità, la scena può diventare perfettamente sicura e perfettamente morta.

    Il partner deve essere necessario

    Alla fine possiamo ridurre tutto a una domanda:

    se il partner fosse realmente diverso oggi, cambierebbe qualcosa nel mio comportamento?

    Se sì, esiste ancora una relazione.

    Se no, probabilmente stiamo eseguendo una performance già costruita.

    L’ascolto non consiste quindi nel guardare bene.

    Non consiste nel fare pause.

    Non consiste nel reagire molto.

    Consiste nel rendere l’altra persona necessaria.

    Perché ciò che fa può ancora avere conseguenze.

    Dall’ascolto alla scena viva

    La Tecnica Meisner comincia molto presto a lavorare su questo problema, ma non perché l’ascolto sia una capacità da acquisire una volta per tutte.

    Ogni nuovo elemento del training può farci perdere nuovamente il partner.

    Il testo.

    La preparazione.

    Il personaggio.

    Le scelte.

    La necessità di essere precisi.

    Per questo l’ascolto non è soltanto un esercizio iniziale.

    È qualcosa che deve sopravvivere a tutta la complessità che viene aggiunta dopo.

    Una scena è viva non perché cambia necessariamente ogni sera.

    È viva perché potrebbe cambiare se qualcosa accadesse davvero.

    Ed è questa disponibilità che impedisce alla recitazione di diventare una semplice esecuzione di decisioni prese durante le prove.

    Continua il percorso

  • Relationships nella Tecnica Meisner: perché il partner non è mai una persona neutra

    Due persone possono pronunciare esattamente la stessa frase e produrre in noi effetti completamente diversi.

    Un semplice:

    “Dobbiamo parlare.”

    detto da un collega può lasciarci quasi indifferenti.

    Detto dalla persona che amiamo può cambiare immediatamente il nostro stato.

    Le parole sono identiche.

    Quello che cambia è chi le pronuncia.

    È da qui che possiamo capire il problema delle Relationships nella Tecnica Meisner.

    Il partner non è soltanto qualcuno che ci fornisce battute o stimoli.

    È qualcuno che, dentro le circostanze della scena, possiede un significato preciso.

    E quel significato modifica tutto ciò che riceviamo.

    Il partner non è mai soltanto “l’altro attore”

    All’inizio del training può essere utile lavorare con una grande semplicità.

    C’è una persona davanti a noi.

    La osserviamo.

    Riceviamo qualcosa.

    Rispondiamo.

    Ma una scena drammatica non avviene quasi mai tra due persone prive di storia.

    Chi abbiamo davanti può essere:

    nostro padre,

    nostra sorella,

    il nostro amante,

    un rivale,

    qualcuno che temiamo,

    qualcuno che abbiamo tradito,

    qualcuno da cui dipende qualcosa di fondamentale.

    Quella relazione cambia il peso di ogni gesto.

    Uno sguardo non è più soltanto uno sguardo.

    Un silenzio non è più soltanto un silenzio.

    Sapere chi è l’altro non basta

    Un attore può conoscere perfettamente la relazione sulla carta.

    Può sapere:

    Questo è mio fratello.

    Questa è la donna che amo.

    Questa persona mi ha cresciuto.

    Ma la conoscenza intellettuale non produce automaticamente conseguenze sceniche.

    Dire a se stessi:

    “Quello è mio padre”

    non rende necessariamente significativa la relazione.

    La domanda utile è un’altra:

    che cosa significa davvero per me questa persona dentro la scena?

    È qui che la Relationship smette di essere informazione e comincia a diventare materiale attoriale.

    La relazione modifica il significato del comportamento

    Immaginiamo che qualcuno ci interrompa mentre stiamo parlando.

    Lo stesso gesto può essere ricevuto in modi molto diversi.

    Se viene da una persona che ammiriamo, potremmo sentirci piccoli.

    Se viene da qualcuno che consideriamo inferiore, potremmo irritarci.

    Se viene da una persona che temiamo di perdere, potremmo diventare improvvisamente insicuri.

    Il comportamento esterno è identico.

    Ma il suo significato cambia.

    La relazione funziona proprio così.

    Non modifica necessariamente ciò che l’altro fa. Modifica ciò che quel comportamento significa per noi.

    La Relationship non è un’etichetta

    Uno dei rischi è trasformare la relazione in una categoria.

    Madre.

    Amante.

    Nemico.

    Capo.

    Ma due madri non sono uguali.

    Due amanti non producono lo stesso effetto.

    Due rapporti di potere possono essere completamente diversi.

    La parola indica una struttura.

    Non ancora una qualità viva.

    Il lavoro dell’attore comincia quando quella relazione smette di essere una definizione e acquista un valore concreto.

    Il partner deve avere un peso

    Possiamo formulare il problema in modo semplice.

    Se ciò che l’altro fa non cambia nulla in noi, allora la relazione probabilmente esiste soltanto sulla carta.

    Il partner deve poter avere un peso.

    Questo non significa che dobbiamo reagire in modo vistoso.

    Una persona può essere profondamente colpita e rimanere quasi immobile.

    Il punto non è quanto grande sia la reazione.

    Il punto è se ciò che l’altro fa ha realmente una conseguenza.

    La relazione non decide l’emozione

    Qui è importante evitare un altro equivoco.

    Se stabilisco che una persona è estremamente importante per me, non sto decidendo in anticipo cosa sentirò durante tutta la scena.

    Non significa:

    “È mia madre, quindi devo essere affettuoso.”

    oppure:

    “È mio nemico, quindi devo essere aggressivo.”

    La relazione non dovrebbe produrre una sola risposta possibile.

    Dovrebbe aumentare il significato di ciò che accade.

    Una madre può essere amata e temuta.

    Un nemico può sorprenderci.

    Una persona desiderata può deluderci.

    Una relazione ricca non restringe il comportamento.

    Lo rende più specifico.

    Relationship e preparazione emotiva

    Il lavoro sulle relazioni si collega naturalmente alla preparazione emotiva.

    La preparazione riguarda il modo in cui l’attore arriva nella scena.

    La Relationship riguarda invece il significato che l’altra persona possiede dentro quella scena.

    Sono due elementi differenti.

    Posso arrivare già sconvolto.

    Ma la persona che entra può calmarmi.

    Può peggiorare tutto.

    Può farmi dimenticare momentaneamente ciò che stavo vivendo.

    Il punto di partenza non determina il resto.

    E nemmeno la relazione lo fa.

    Entrambi preparano il terreno.

    La relazione non deve diventare una gabbia

    Come accade con la preparazione emotiva, anche una Relationship può essere difesa troppo rigidamente.

    L’attore può pensare:

    “Questo personaggio è per me una figura dominante, quindi devo sempre sentirmi inferiore.”

    A quel punto tutto ciò che il partner fa viene filtrato attraverso una risposta già decisa.

    La relazione smette di produrre vita.

    Produce coerenza artificiale.

    Ma una relazione reale può cambiare continuamente qualità.

    Possiamo temere qualcuno e improvvisamente provare compassione.

    Possiamo amare qualcuno e, in un determinato momento, non sopportarlo.

    Possiamo sentirci subordinati e trovare improvvisamente il coraggio di opporci.

    La relazione dà profondità.

    Non stabilisce il finale.

    Relationship e ascolto

    Qui emerge anche il legame con l’ascolto.

    Ascoltare davvero non significa soltanto sentire le parole del partner.

    Significa riceverle attraverso il significato che quella persona ha per noi.

    Una battuta pronunciata da uno sconosciuto può scivolarci addosso.

    La stessa battuta pronunciata da qualcuno che amiamo può ferirci.

    Per questo non basta dire:

    “Sto ascoltando.”

    Bisogna chiedersi:

    chi sto ascoltando?

    Il partner come persona specifica

    Questa specificità cambia molto il lavoro.

    Il partner non è più soltanto:

    quello che deve dirmi la battuta.

    Diventa:

    la persona che può deludermi.

    la persona di cui ho bisogno.

    la persona davanti alla quale non voglio mostrarmi debole.

    la persona da cui voglio qualcosa.

    la persona che potrebbe abbandonarmi.

    A quel punto il comportamento acquista una qualità diversa.

    La scena smette di essere generica.

    La Relationship non è un risultato da mostrare

    Un altro errore consiste nel tentare di rendere visibile al pubblico il tipo di relazione.

    Per esempio:

    Devo far vedere che siamo fratelli.

    Deve essere chiaro che sono innamorato.

    Il pubblico deve capire che lo temo.

    Ma appena l’attore comincia a dimostrare il rapporto, torna a costruire dall’esterno.

    La relazione dovrebbe essere una condizione che modifica il comportamento.

    Non una caratteristica da esibire.

    La stessa battuta può cambiare completamente

    Pensiamo a una frase molto semplice:

    “Va bene.”

    Se viene detta a un collega, può essere una semplice accettazione.

    Se viene detta alla persona che ci ha appena tradito, può essere disperazione.

    Se viene detta a qualcuno da cui dipendiamo, può essere paura.

    Se viene detta a una persona che amiamo e che stiamo perdendo, può diventare una resa.

    Le parole non cambiano.

    La relazione sì.

    Ed è proprio questa relazione a modificare ciò che le parole possono contenere.

    Il testo diventa più specifico

    Questo è anche il punto in cui il lavoro sulle Relationships si collega al testo.

    Quando abbiamo parlato del copione, abbiamo visto che le battute sono già scritte ma il comportamento non dovrebbe essere completamente predeterminato.

    La relazione rende quel comportamento più specifico.

    Non diciamo soltanto una frase.

    La diciamo a quella persona.

    Ed è una differenza enorme.

    Il testo non viene più pronunciato nel vuoto.

    Entra dentro una storia.

    La relazione aiuta anche il lavoro sul personaggio

    Lo stesso vale per il personaggio.

    Un personaggio non esiste soltanto come individuo isolato.

    Esiste dentro una rete di rapporti.

    Può essere coraggioso con qualcuno e fragile con qualcun altro.

    Autoritario in un contesto e completamente dipendente in un altro.

    Le relazioni rivelano lati differenti della persona.

    Per questo il character work non può essere separato completamente dalle Relationships.

    Il personaggio si manifesta anche attraverso chi ha davanti.

    Due attori non stanno vivendo la stessa relazione

    Un altro aspetto importante è che una relazione non è necessariamente simmetrica.

    Io posso considerarti la persona più importante della mia vita.

    Tu puoi considerarmi un problema.

    Io posso aver bisogno di te.

    Tu puoi sentirti soffocato da me.

    La relazione drammatica nasce spesso proprio da questa differenza.

    I due attori non devono necessariamente costruire la stessa idea del rapporto.

    Devono vivere condizioni abbastanza precise perché l’incontro possa produrre conseguenze.

    Non si tratta di inventare emozioni

    Il lavoro sulla Relationship non serve quindi a produrre artificialmente sentimenti.

    Non bisogna obbligarsi a:

    amare,

    odiare,

    temere,

    ammirare.

    La relazione serve a creare una condizione significativa.

    Poi ciò che accade può generare comportamenti anche inattesi.

    La relazione prepara il significato. Non prescrive la reazione.

    Il partner deve poterci sorprendere

    Questo rimane uno dei test più utili.

    Se abbiamo stabilito una relazione molto precisa, il partner può ancora sorprenderci?

    Se la risposta è sì, il lavoro rimane vivo.

    Se la risposta è no perché sappiamo già come reagiremo a tutto ciò che farà, allora la Relationship è diventata una formula.

    Una relazione efficace dovrebbe rendere l’altro più importante.

    Non più prevedibile.

    Dalla repetition alle Relationships

    Possiamo vedere ancora una volta la progressione.

    Nella repetition il partner acquista centralità.

    Con la reality of doing l’attore continua a fare realmente.

    Con l’Independent Activity deve gestire la presenza dell’altro mentre è coinvolto in qualcosa di importante.

    Con la preparazione emotiva arriva con una vita interiore attiva.

    Con le Relationships il partner acquista un significato personale specifico.

    Non è più soltanto qualcuno presente nella scena.

    È qualcuno che conta.

    Il partner non è mai neutro

    Il cuore del lavoro può quindi essere formulato così:

    la relazione non stabilisce cosa proveremo; stabilisce perché ciò che l’altro fa può avere conseguenze su di noi.

    Questo rende il partner realmente necessario.

    Non è più soltanto il punto da cui arriva una battuta.

    Non è più un segnale.

    Non è più una presenza tecnica.

    È una persona che, dentro quelle circostanze, possiede un peso.

    Ed è proprio da qui che emerge il problema che affronteremo nel prossimo articolo:

    possiamo guardare il partner, rispondere al momento giusto e tuttavia non ascoltarlo davvero?

    Sì.

    Ed è uno dei modi più comuni in cui una scena può diventare corretta, precisa e completamente morta.

    Continua il percorso

  • Tecnica Meisner significa essere se stessi? Uno degli equivoci più comuni

    Tecnica Meisner significa essere se stessi? Uno degli equivoci più comuni

    Una delle semplificazioni più frequenti sulla Tecnica Meisner è questa:

    se devo essere spontaneo, ascoltare davvero e non costruire dall’esterno le mie reazioni, allora devo semplicemente essere me stesso.

    Sembra una conclusione logica.

    Ma porta fuori strada.

    La Tecnica Meisner non chiede all’attore di interpretare sempre una versione di sé nella vita quotidiana.

    Chiede qualcosa di più complesso:

    utilizzare se stesso come strumento senza essere limitato a se stesso come risultato.

    Essere autentici non significa essere identici a sé

    Un attore può essere autentico mentre interpreta qualcuno molto diverso da sé.

    Può avere:

    un’altra età,

    un’altra educazione,

    un’altra classe sociale,

    un altro temperamento,

    un altro rapporto con il corpo,

    un altro modo di affrontare il conflitto,

    un’altra relazione con il potere,

    un altro mondo morale.

    La verità del comportamento non dipende dal fatto che il personaggio somigli all’attore.

    Dipende dal fatto che ciò che accade venga realmente vissuto dentro quelle condizioni.

    Quindi il problema non è:

    Sto facendo quello che farei io nella mia vita?

    Ma:

    Sto vivendo realmente ciò che accadrebbe dentro queste circostanze?

    L’attore parte inevitabilmente da sé

    Esiste però una ragione per cui nasce l’equivoco.

    L’attore non possiede un altro sistema nervoso.

    Non può prendere in prestito:

    la sensibilità di un’altra persona,

    un altro corpo,

    un’altra immaginazione,

    un’altra capacità di essere colpito dagli eventi.

    Lo strumento rimane lui.

    Per questo il lavoro deve inevitabilmente passare attraverso qualcosa di personale.

    Ma “personale” non significa necessariamente “autobiografico” e non significa “abituale”.

    È una differenza fondamentale.

    Il proprio comportamento quotidiano è solo una parte delle possibilità

    Immaginiamo una persona molto tranquilla nella vita.

    Potrebbe concludere:

    Io non sono aggressivo, quindi non posso interpretare qualcuno di violento senza fingere.

    Ma questa conclusione confonde abitudine e possibilità.

    Il fatto che nella vita quotidiana una persona non manifesti certi comportamenti non significa che non possa svilupparne la capacità dentro circostanze diverse.

    Il training serve anche ad ampliare ciò che l’attore può fare.

    Non soltanto a rendere più spontaneo quello che fa già.

    Spontaneità non significa assenza di costruzione

    Un’altra semplificazione consiste nel pensare che tutto ciò che viene costruito sia falso.

    Se devo essere spontaneo, allora non dovrei preparare troppo.

    Non dovrei creare il personaggio.

    Non dovrei lavorare sulle circostanze.

    Non dovrei fare scelte.

    Ma spontaneità e preparazione non sono necessariamente opposte.

    Anzi.

    Un attore può preparare moltissimo e rimanere disponibile.

    Può studiare:

    il testo,

    le circostanze,

    il periodo storico,

    le relazioni,

    la fisicità,

    la biografia del personaggio.

    Il problema nasce solo quando questa preparazione comincia a decidere anticipatamente ogni comportamento.

    Essere se stessi può diventare un’altra forma di rigidità

    Paradossalmente anche il comando:

    “Sii te stesso”

    può diventare una formula.

    L’attore può iniziare a proteggere una certa immagine della propria spontaneità.

    Io reagisco così.

    Io non parlerei mai in quel modo.

    Io non farei quella cosa.

    Ma in quel momento il proprio carattere quotidiano diventa una gabbia.

    L’attore non sta più cercando verità.

    Sta difendendo la propria identità abituale.

    Il personaggio cambia il significato degli eventi

    Supponiamo che qualcuno entri in una stanza e dica:

    Devo parlarti.

    La frase è identica.

    Ma può produrre conseguenze completamente diverse a seconda della relazione.

    Se chi parla è:

    un genitore,

    un amante,

    un superiore,

    un figlio,

    una persona che temiamo,

    qualcuno che crediamo di aver tradito,

    il significato dell’evento cambia.

    E se cambia il significato, cambia anche ciò che può accadere dentro l’attore.

    Non serve imitare qualcuno di diverso da noi.

    Serve modificare le condizioni.

    Le Relationships mostrano bene questo principio

    Nel lavoro sulle Relationships, il partner non viene trattato come una presenza neutra.

    Ha un significato.

    Questo significato modifica ciò che riceviamo.

    La stessa persona può essere vissuta in modi completamente diversi a seconda delle circostanze.

    Ed è già una dimostrazione del fatto che spontaneità non significa comportamento invariabile.

    Il comportamento cambia perché cambia il mondo nel quale l’attore si trova.

    Anche la preparazione emotiva non è “essere se stessi”

    La preparazione emotiva rende ancora più evidente il problema.

    L’attore può utilizzare l’immaginazione per arrivare dentro una condizione emotiva che non coincide con quella che avrebbe avuto normalmente quel giorno.

    Non è una bugia.

    Sta utilizzando uno strumento per rendere disponibile una vita interiore coerente con le circostanze.

    La risposta è personale.

    Ma la condizione è costruita.

    Questo è un punto essenziale.

    Personale non significa casuale.

    Il testo ci porta ancora più lontano

    Quando arriva il copione, le parole non appartengono più all’attore.

    Sono già state scritte.

    Il personaggio può utilizzare un linguaggio che l’attore non userebbe mai.

    Può avere valori e convinzioni completamente differenti.

    Può dire cose che l’attore personalmente rifiuta.

    Eppure il compito rimane quello di far sì che quelle parole diventino vive.

    Non adattare tutto a sé.

    Ma trovare il modo di viverlo realmente.

    Il personaggio amplia, non cancella

    Nel precedente articolo abbiamo formulato un principio utile:

    Il personaggio non sostituisce l’attore: modifica le condizioni nelle quali l’attore deve vivere.

    Questa frase chiarisce anche l’equivoco dell’“essere se stessi”.

    L’attore non viene eliminato.

    Ma nemmeno rimane immutato.

    Il personaggio introduce:

    nuove condizioni,

    nuove abitudini,

    nuove relazioni,

    nuove necessità,

    nuove possibilità fisiche,

    nuovi significati.

    L’attore continua a vivere.

    Ma vive dentro una realtà costruita che non coincide con la propria vita quotidiana.

    Verità non significa naturalismo quotidiano

    Un altro equivoco nasce dall’idea che comportamento vero significhi comportamento ordinario.

    Ma una persona può essere vera anche dentro circostanze estreme.

    Può essere:

    un re,

    un assassino,

    un soldato,

    un aristocratico del Settecento,

    una persona in guerra,

    qualcuno che sta per perdere tutto.

    Il fatto che l’attore non abbia vissuto quelle situazioni non impedisce il lavoro.

    Altrimenti la recitazione sarebbe limitata alla propria autobiografia.

    L’immaginazione serve proprio ad andare oltre.

    L’immaginazione permette di superare i propri limiti

    Una delle funzioni fondamentali dell’immaginazione è permettere all’attore di investire in qualcosa che non appartiene letteralmente alla propria esperienza.

    Non è necessario aver vissuto ogni evento.

    Non è necessario condividere ogni convinzione del personaggio.

    Non è necessario comportarsi normalmente come lui.

    Bisogna però trovare un modo perché quelle circostanze acquistino un significato abbastanza forte da poter produrre comportamento.

    Qui la recitazione smette di essere semplice autoespressione.

    Diventa trasformazione.

    Il rischio opposto: inventare tutto dall’esterno

    Se da una parte esiste il pericolo di rimanere troppo vicini a sé, dall’altra esiste quello di allontanarsi così tanto da costruire soltanto una forma.

    Accento.

    Voce.

    Camminata.

    Gesti.

    Espressioni.

    Sono tutti elementi potenzialmente utili.

    Ma se non modificano realmente ciò che accade dentro la scena, rimangono decorazione.

    Il personaggio può sembrare molto diverso dall’attore e tuttavia essere completamente morto.

    Differenza esteriore non significa automaticamente trasformazione.

    Trasformarsi non significa nascondersi

    Un personaggio molto costruito può anche diventare un rifugio.

    Dietro una voce diversa o una fisicità molto marcata, l’attore può sentirsi protetto.

    Non deve più rischiare una risposta personale.

    Può dire:

    È il personaggio che fa questo.

    Ma se il lavoro diventa una protezione dall’esperienza, qualcosa si è perso.

    La trasformazione dovrebbe ampliare la disponibilità dell’attore.

    Non ridurla.

    La domanda non è “cosa farei io?”

    Questo è forse il punto più importante.

    Pensare:

    Che cosa farei io in questa situazione?

    può essere utile solo fino a un certo punto.

    Perché il personaggio potrebbe non condividere:

    la nostra storia,

    i nostri valori,

    i nostri limiti,

    le nostre abitudini,

    le nostre paure.

    Una domanda più fertile è:

    Cosa diventa possibile per me se accetto realmente queste circostanze?

    La differenza è grande.

    La prima riporta tutto alla nostra identità quotidiana.

    La seconda utilizza noi stessi come materiale da trasformare.

    “Essere se stessi” e “essere veri” non sono sinonimi

    Possiamo quindi separare due concetti spesso confusi.

    Essere se stessi significa comportarsi secondo le proprie abitudini quotidiane.

    Essere veri significa non sostituire l’esperienza con una rappresentazione artificiale del risultato.

    Sono cose diverse.

    Un attore può comportarsi esattamente come nella propria vita ed essere falso.

    Può invece interpretare qualcuno lontanissimo da sé ed essere completamente credibile.

    La verità non dipende dalla somiglianza.

    Dipende dalla qualità dell’esperienza.

    La Tecnica Meisner non elimina la trasformazione

    Ridurre Meisner all’idea di “essere naturali” o “essere se stessi” significa fermarsi ai primi effetti visibili del training.

    La progressione va molto oltre.

    Il lavoro costruisce prima una capacità di risposta.

    Poi aumenta progressivamente la complessità:

    reality of doing,

    Independent Activity,

    preparazione emotiva,

    Relationships,

    testo,

    personaggio.

    Ogni elemento allontana l’attore da una semplice versione quotidiana di sé.

    Ma cerca di farlo senza sacrificare la vitalità costruita all’inizio.

    L’obiettivo non è essere naturali: è essere disponibili

    Forse il termine più utile non è naturalezza.

    È disponibilità.

    Disponibilità a:

    ricevere,

    immaginare,

    lasciarsi modificare,

    agire,

    entrare in circostanze diverse,

    sviluppare comportamenti non abituali,

    andare oltre ciò che conosciamo di noi stessi.

    Il personaggio nasce proprio da questa espansione.

    Essere più di ciò che siamo abitualmente

    Alla fine la Tecnica Meisner non chiede all’attore di scegliere tra due possibilità:

    essere se stesso

    oppure

    fingere di essere qualcun altro.

    Il lavoro cerca qualcosa di più interessante.

    Partire da ciò che l’attore possiede realmente e utilizzarlo per arrivare in territori che normalmente non abita.

    La verità non obbliga l’attore a rimanere se stesso. Gli permette di andare oltre se stesso senza smettere di vivere realmente.

    È questa la differenza.

    E probabilmente è anche uno dei motivi per cui il character work arriva solo dopo una lunga progressione.

    Prima bisogna costruire qualcosa che rimanga vivo.

    Poi si può iniziare a trasformarlo.

    Continua il percorso

  • Il personaggio nella Tecnica Meisner: andare oltre se stessi senza perdere verità

    Una delle obiezioni più comuni alla Tecnica Meisner nasce proprio quando si arriva al personaggio.

    Se l’attore deve reagire spontaneamente, ascoltare davvero il partner e smettere di costruire dall’esterno le proprie reazioni, che cosa succede quando deve interpretare qualcuno molto diverso da sé?

    Un uomo di un’altra epoca.

    Una persona con un temperamento completamente diverso.

    Qualcuno che pensa, si muove e affronta il mondo in un modo che l’attore non riconosce immediatamente come proprio.

    Se tutto deve essere personale e vivo, si rischia di interpretare sempre se stessi?

    No.

    Ma per capire perché, bisogna vedere il lavoro sul personaggio non come un’alternativa al training precedente, bensì come una sua evoluzione.

    Il personaggio arriva dopo

    Nel percorso Meisner il lavoro non comincia chiedendo all’attore di inventare immediatamente un personaggio.

    Prima vengono costruite altre capacità.

    L’ascolto.

    La risposta al partner.

    La reality of doing.

    L’Independent Activity.

    La preparazione emotiva.

    Le relazioni.

    Il lavoro sul testo.

    Solo dopo che queste capacità hanno iniziato a diventare disponibili, il problema può diventare più complesso:

    come posso continuare a vivere realmente mentre le condizioni attraverso cui vivo non appartengono più semplicemente a me?

    È qui che entra il personaggio.

    Il personaggio non dovrebbe cancellare l’attore

    Un modo molto comune di pensare alla costruzione del personaggio consiste nell’immaginare che l’attore debba progressivamente scomparire.

    Creare una voce diversa.

    Una postura diversa.

    Un modo particolare di camminare.

    Un insieme di gesti.

    Una psicologia.

    Una serie di caratteristiche.

    Tutti questi elementi possono avere valore.

    Ma esiste un rischio.

    L’attore può costruire una forma così definita da cominciare a eseguirla.

    Il personaggio diventa qualcosa da mantenere.

    A quel punto ogni nuovo evento della scena deve attraversare una struttura già decisa:

    il mio personaggio parla così;

    il mio personaggio reagisce così;

    il mio personaggio non farebbe mai questo.

    La costruzione che dovrebbe ampliare le possibilità dell’attore comincia invece a limitarle.

    Il personaggio non è una maschera da indossare

    Pensare al personaggio soltanto come a qualcosa da applicare dall’esterno porta facilmente alla caricatura.

    L’attore decide:

    come cammina,

    come guarda,

    come parla,

    come reagisce.

    Poi cerca di conservare quelle caratteristiche per tutta la scena.

    Ma il problema rimane lo stesso che abbiamo incontrato parlando del testo.

    Una scelta può essere interessante.

    Può essere precisa.

    Può perfino essere molto efficace.

    Ma se diventa una risposta già pronta, impedisce al partner di modificarci.

    Il personaggio non dovrebbe quindi diventare una maschera che protegge l’attore dall’esperienza.

    Dovrebbe creare nuove condizioni dentro cui l’esperienza può accadere.

    Partire da sé non significa rimanere uguali a sé

    Qui nasce uno degli equivoci più importanti.

    Quando si dice che il lavoro deve essere personale, può sembrare che l’attore debba comportarsi esattamente come si comporterebbe nella propria vita.

    Ma il lavoro personale non significa questo.

    L’attore rimane lo strumento.

    Il proprio corpo.

    La propria immaginazione.

    La propria capacità di essere toccato.

    La propria sensibilità.

    La propria attenzione.

    Quello che cambia sono le condizioni attraverso cui tutto questo viene organizzato.

    Un personaggio può vivere in un’altra epoca, avere un’altra educazione, possedere un altro status sociale, desiderare cose che l’attore non desidererebbe mai e affrontare il mondo con abitudini completamente diverse.

    Il materiale continua a passare attraverso l’attore.

    Ma non per questo il risultato deve coincidere con la sua personalità quotidiana.

    Le circostanze cambiano il comportamento

    Immaginiamo lo stesso attore in due situazioni.

    Nella prima interpreta una persona cresciuta in un ambiente in cui l’autorità non viene mai contestata.

    Nella seconda interpreta qualcuno che ha trascorso la vita opponendosi a qualsiasi forma di controllo.

    Davanti alla stessa frase pronunciata da un superiore, il comportamento potrebbe essere completamente diverso.

    Non perché l’attore abbia preparato due espressioni diverse.

    Ma perché la stessa persona viene collocata dentro due sistemi di circostanze differenti.

    Il lavoro sul personaggio permette proprio questo.

    Non si limita ad aggiungere ornamenti esteriori.

    Modifica il modo in cui il mondo viene ricevuto.

    Il personaggio cambia ciò che le cose significano

    Una frase non ha lo stesso peso per tutti.

    Uno sguardo non produce lo stesso effetto.

    Una perdita non significa la stessa cosa.

    Un’offesa può ferire profondamente una persona e lasciare quasi indifferente un’altra.

    Per costruire un personaggio non basta quindi sapere che cosa fa.

    Bisogna progressivamente comprendere che significato hanno per lui le cose che accadono.

    Questo collega direttamente il character work alle Relationships.

    Il partner non è semplicemente un altro attore.

    È qualcuno che, nelle condizioni della storia, possiede un significato specifico.

    Il personaggio modifica quel significato.

    Costruire senza predeterminare

    Qui ritorna un principio che abbiamo già incontrato molte volte.

    Preparazione non significa predeterminazione.

    Vale per l’emozione.

    Vale per il testo.

    Vale anche per il personaggio.

    L’attore può costruire con grande precisione:

    il passato,

    le circostanze,

    le relazioni,

    le abitudini,

    la fisicità,

    il modo di vedere il mondo.

    Ma una volta iniziata la scena, tutto questo dovrebbe servire a produrre possibilità, non risposte obbligatorie.

    Se so già come il personaggio reagirà a ogni evento, non ho costruito soltanto il personaggio.

    Ho costruito la performance.

    Ed è una cosa diversa.

    La fisicità può essere parte del personaggio

    Il lavoro sul personaggio non riguarda soltanto la psicologia.

    Una persona può avere:

    un ritmo differente,

    un centro fisico diverso,

    una postura,

    un modo particolare di utilizzare lo spazio,

    abitudini corporee,

    una condizione fisica,

    un’età differente da quella dell’attore.

    Questi elementi possono cambiare profondamente il comportamento.

    Ma anche qui esiste una differenza tra abitare una condizione fisica e mostrare al pubblico un tratto caratteristico.

    Una persona anziana non passa ogni momento della propria giornata dimostrando di essere anziana.

    Una persona insicura non mostra continuamente insicurezza.

    Una persona autoritaria non deve necessariamente avere sempre una voce autoritaria.

    Quando una caratteristica diventa qualcosa che l’attore deve continuamente mostrare, rischia di diventare un’etichetta.

    Una caratteristica non è ancora un personaggio

    Possiamo immaginare facilmente:

    un uomo nervoso,

    una donna arrogante,

    una persona timida,

    un uomo anziano,

    una donna estremamente elegante.

    Ma queste sono caratteristiche.

    Non sono ancora persone.

    Un personaggio può essere timido con qualcuno e sorprendentemente deciso con qualcun altro.

    Può essere aggressivo in pubblico e fragile quando rimane solo.

    Può possedere abitudini precise e tuttavia reagire in modo inatteso quando qualcosa lo colpisce davvero.

    È proprio questa possibilità di contraddizione a rendere il personaggio umano.

    Se l’attore difende continuamente una caratteristica, rischia di ridurre la persona a una sola idea.

    Il personaggio deve poter essere sorpreso

    Uno dei test più interessanti riguarda ancora una volta il partner.

    Immaginiamo di aver costruito un personaggio estremamente rigido.

    Abbiamo studiato come parla.

    Come cammina.

    Come reagisce.

    Entriamo in scena.

    Il partner fa qualcosa di completamente inaspettato.

    Può il nostro personaggio essere sorpreso?

    Se la risposta è no perché dobbiamo continuare a proteggere tutto ciò che abbiamo costruito, allora il character work sta interferendo con il comportamento vivo.

    Una costruzione efficace dovrebbe fare il contrario.

    Dovrebbe rendere più specifica la risposta.

    Non eliminarne la possibilità.

    Andare oltre il proprio comportamento abituale

    Questo è forse uno degli aspetti più interessanti del character work.

    Il training iniziale libera progressivamente l’attore da comportamenti costruiti artificialmente.

    Ma questo non significa che debba rimanere per sempre all’interno del proprio repertorio quotidiano.

    Il personaggio può diventare un modo per ampliare quel repertorio.

    Una persona molto controllata può esplorare un comportamento impulsivo.

    Una persona fisicamente contenuta può sviluppare una presenza molto più espansiva.

    Un attore giovane può lavorare sulle conseguenze fisiche di un’età diversa.

    Una persona abituata a evitare il conflitto può entrare in condizioni nelle quali il conflitto è normale.

    Il punto non è imitare dall’esterno questi comportamenti.

    È trovare condizioni abbastanza precise da permettere all’attore di vivere credibilmente anche fuori dalle proprie abitudini.

    Il personaggio non è una scusa per smettere di ascoltare

    A volte il character work produce un effetto curioso.

    L’attore diventa così occupato dal proprio personaggio da dimenticare completamente chi ha davanti.

    Pensa:

    alla voce,

    al corpo,

    all’accento,

    alla postura,

    alla psicologia,

    alle scelte.

    E l’attenzione torna interamente su di sé.

    È esattamente il problema che il training aveva cercato di affrontare fin dall’inizio.

    Per questo il personaggio dovrebbe essere costruito sopra le capacità precedenti, non al posto loro.

    Il lavoro rimane relazionale.

    L’altro continua a contare.

    Il testo e il personaggio

    Anche il testo assume un significato diverso quando viene attraversato dal personaggio.

    Le parole appartengono all’autore.

    Ma chi le pronuncia?

    Perché quella persona usa proprio quelle parole?

    Quale educazione ha?

    Quale rapporto ha con il linguaggio?

    Quanto facilmente esprime ciò che sente?

    Quanto invece nasconde?

    La costruzione del personaggio può modificare profondamente il modo in cui il testo viene vissuto senza obbligare l’attore a scegliere anticipatamente un tono.

    Il lavoro non diventa:

    questa persona parla lentamente, quindi dirò tutte le battute lentamente.

    Diventa più complesso.

    Le caratteristiche costruite modificano le condizioni da cui il comportamento emerge.

    Il personaggio non sostituisce la realtà del fare

    Nemmeno la reality of doing scompare.

    Un personaggio non deve soltanto apparire credibile.

    Deve continuare a fare.

    Ascoltare.

    Ricevere.

    Agire.

    Occuparsi di qualcosa.

    Essere modificato.

    Se il lavoro sul personaggio diventa completamente separato da queste attività, rischia di produrre un’immagine molto dettagliata ma poco viva.

    La costruzione deve entrare nel comportamento.

    Essere diversi senza diventare falsi

    Possiamo quindi vedere meglio il problema iniziale.

    Come può un attore interpretare qualcuno profondamente diverso da sé senza perdere verità?

    Non cercando di eliminare completamente se stesso.

    E nemmeno limitandosi a comportarsi come farebbe normalmente.

    Il lavoro consiste piuttosto nell’ampliare progressivamente le condizioni attraverso cui l’attore vive.

    Circostanze diverse.

    Relazioni diverse.

    Abitudini diverse.

    Fisicità diversa.

    Valori differenti.

    Un differente rapporto con il mondo.

    Tutto questo modifica il comportamento.

    Ma ciò che accade deve continuare a passare realmente attraverso chi sta recitando.

    Il personaggio non sostituisce l’attore

    Possiamo riassumere il principio in una frase:

    Il personaggio non sostituisce l’attore: modifica le condizioni nelle quali l’attore deve vivere.

    Questa distinzione permette di evitare due estremi.

    Da una parte, l’attore che costruisce una maschera e poi la riproduce.

    Dall’altra, l’attore che utilizza l’idea di spontaneità come giustificazione per interpretare sempre se stesso.

    Il character work cerca uno spazio più complesso.

    Costruire abbastanza da andare oltre le proprie abitudini.

    Ma rimanere abbastanza disponibili da poter ancora essere modificati da ciò che accade.

    Dalla tecnica al personaggio

    A questo punto possiamo osservare l’intera progressione con maggiore chiarezza.

    La repetition costruisce attenzione al partner.

    La reality of doing costruisce il rapporto con il fare.

    L’Independent Activity aggiunge difficoltà e necessità.

    La preparazione emotiva introduce la vita con cui l’attore arriva.

    Le Relationships rendono specifico il significato dell’altro.

    Il testo introduce parole già stabilite.

    Il personaggio modifica progressivamente chi vive tutte queste condizioni.

    Ogni elemento aumenta la complessità.

    Ma nessuno dovrebbe cancellare ciò che è stato costruito prima.

    Il personaggio come espansione dell’attore

    Il lavoro sul personaggio non dovrebbe quindi restringere l’attore dentro una serie di comportamenti da mostrare.

    Dovrebbe fare il contrario.

    Ampliare ciò che è capace di vivere.

    Ampliare la sua immaginazione.

    Ampliare il suo comportamento.

    Ampliare il modo in cui può stare nel corpo, nelle relazioni e nelle circostanze.

    Il punto non è diventare qualcun altro fino a scomparire.

    È riuscire ad andare molto più lontano da ciò che facciamo abitualmente senza perdere la capacità di vivere realmente ciò che accade.

    Ed è proprio qui che nasce il prossimo equivoco da affrontare.

    Se il personaggio continua comunque a passare attraverso l’attore, allora la Tecnica Meisner consiste semplicemente nell’“essere se stessi”?

    No.

    E nel prossimo approfondimento vedremo perché.

    Continua il percorso

  • Le battute sono scritte, il comportamento no: come evitare di “recitare il testo”

    Un attore può conoscere perfettamente una scena e, proprio per questo, smettere progressivamente di viverla.

    All’inizio delle prove ascolta.

    Scopre.

    Si lascia sorprendere.

    Poi comincia a trovare delle soluzioni.

    Una pausa funziona particolarmente bene.

    Una battuta detta in un certo modo produce l’effetto desiderato.

    Un momento emotivo arriva con grande intensità.

    E senza accorgersene, l’attore può iniziare a conservare tutto.

    La scena diventa precisa.

    Ripetibile.

    Sicura.

    Ma qualcosa può andare perduto.

    Le battute continuano a essere corrette. Il comportamento, invece, può diventare già deciso.

    Il problema non è conoscere troppo bene il testo

    Conoscere il testo è necessario.

    Se l’attore deve continuamente cercare la battuta successiva nella memoria, parte della sua attenzione rimane inevitabilmente occupata dal copione.

    Il problema nasce quando la memoria non conserva soltanto le parole.

    Comincia a conservare anche:

    • il tono;
    • il ritmo;
    • le pause;
    • le espressioni;
    • le reazioni;
    • l’intensità emotiva.

    A quel punto non ricordiamo più semplicemente cosa dobbiamo dire.

    Ricordiamo come avevamo deciso di dirlo.

    Ed è una differenza enorme.

    Quando una scoperta diventa una formula

    Durante le prove può accadere qualcosa di molto bello.

    Una battuta nasce inaspettatamente.

    L’attore si ferma.

    Guarda il partner.

    Dice la frase quasi sottovoce.

    Il momento funziona.

    Il regista lo apprezza.

    L’attore se ne accorge.

    La prova successiva arriva allo stesso punto e pensa, magari senza rendersene conto:

    Qui faccio quella pausa.

    Nasce così una formula.

    Ciò che inizialmente era la conseguenza di un momento vissuto diventa qualcosa da riprodurre.

    Il gesto rimane.

    La pausa rimane.

    Il tono rimane.

    Ma la causa che li aveva generati potrebbe non esserci più.

    Il risultato viene separato dal processo

    Questo è uno dei problemi più frequenti nella recitazione.

    L’attore scopre un risultato efficace e cerca di conservarlo.

    Ma un comportamento scenico vivo nasce da un processo.

    Qualcosa accade.

    L’attore lo riceve.

    Qualcosa si modifica.

    La risposta emerge.

    Se conserviamo soltanto la parte finale, perdiamo ciò che l’aveva prodotta.

    È un po’ come copiare l’espressione di qualcuno che ha appena ricevuto una notizia sconvolgente senza aver ricevuto la notizia.

    L’espressione può essere tecnicamente identica.

    Ma manca l’evento che la rende necessaria.

    Il partner rischia di diventare un cue

    Quando il testo è ormai molto conosciuto, l’altro attore può progressivamente perdere importanza.

    Non perché smettiamo deliberatamente di ascoltarlo.

    Ma perché sappiamo già dove porterà la scena.

    La battuta del partner diventa allora un segnale.

    Sentiamo le parole necessarie e partiamo con ciò che avevamo preparato.

    È una dinamica apparentemente efficiente:

    lui dice la sua frase,

    io riconosco il momento,

    eseguo la mia risposta.

    Ma l’ascolto si è trasformato in riconoscimento.

    Non sto realmente scoprendo qualcosa.

    Sto aspettando che arrivi il punto previsto.

    Anticipare non significa soltanto parlare troppo presto

    Abbiamo già affrontato il problema dell’anticipazione.

    Vale la pena riprenderlo perché con il testo diventa particolarmente evidente.

    Un attore può anticipare senza mai sovrapporre una battuta.

    Può anticipare:

    con il corpo,

    con il respiro,

    con lo sguardo,

    con l’emozione,

    con l’intenzione.

    Sa che tra pochi secondi riceverà una notizia terribile e comincia già a prepararsi a riceverla.

    Sa che la scena diventerà violenta e il corpo entra in tensione prima che accada qualcosa.

    Sa che arriverà un momento romantico e comincia già a creare quella qualità.

    L’attore sta utilizzando informazioni che appartengono a lui, ma che il personaggio non possiede ancora.

    Il personaggio non ha letto il copione

    È una frase semplice, ma chiarisce molto.

    L’attore conosce l’intera scena.

    Il personaggio conosce soltanto il momento che sta vivendo.

    L’attore sa che tra tre battute verrà rivelato un tradimento.

    Il personaggio no.

    L’attore sa che la persona davanti a lui sta mentendo perché ha letto la scena successiva.

    Il personaggio potrebbe ancora credergli.

    Il lavoro non consiste nel fingere di aver dimenticato il copione.

    Consiste nel non utilizzare anticipatamente ciò che sappiamo.

    Le battute sono fisse, il comportamento no

    Qui arriviamo al punto centrale.

    L’autore ha già stabilito le parole.

    L’attore non deve inventarle.

    Ma il modo concreto in cui quelle parole emergono può ancora dipendere da ciò che sta succedendo.

    Le battute sono già scritte; il modo in cui nascono nel momento non dovrebbe esserlo.

    Questo non significa che ogni sera debbano risultare completamente diverse.

    Significa che non vengono pronunciate in un certo modo semplicemente perché quello era il modo scelto durante le prove.

    La forma può ripetersi.

    Ma dovrebbe essere una conseguenza, non un obbligo.

    Una stessa frase può essere molte cose

    Pensiamo a una battuta semplicissima:

    Va bene.

    Due parole.

    Possono significare:

    accettazione,

    rassegnazione,

    rabbia,

    paura,

    ironia,

    tenerezza,

    sconfitta,

    desiderio di chiudere la conversazione.

    L’autore ha scritto due parole.

    Il loro comportamento scenico dipende da tutto ciò che le precede.

    Se l’attore decide in anticipo:

    “Va bene” qui è sarcastico,

    potrebbe imporre quella lettura indipendentemente da ciò che riceve.

    Se invece il partner modifica realmente la situazione, quelle stesse parole possono assumere una qualità diversa.

    Il testo non cambia.

    Cambia ciò che lo rende necessario.

    Non decidere il tono prima di avere qualcosa a cui rispondere

    Uno degli errori più comuni nello studio del testo è partire dalla domanda:

    Come devo dire questa battuta?

    È comprensibile.

    Ma spesso porta direttamente verso la forma.

    Una domanda più utile può essere:

    Che cosa sta accadendo quando sono costretto a dire queste parole?

    Il tono non è più il punto di partenza.

    Diventa una possibile conseguenza.

    La differenza può sembrare sottile, ma cambia il centro dell’attenzione.

    Nel primo caso l’attore cerca una soluzione vocale.

    Nel secondo cerca di comprendere l’evento e il rapporto che producono quella frase.

    Anche le pause possono diventare recitate

    Non sono soltanto le parole a irrigidirsi.

    Anche il silenzio può diventare una battuta memorizzata.

    Durante una prova l’attore riceve qualcosa di molto forte.

    Ha bisogno di qualche secondo prima di rispondere.

    Nasce una pausa.

    È vera.

    Qualche giorno dopo quella pausa può essere ormai inserita nella partitura:

    battuta,

    tre secondi di silenzio,

    sguardo,

    risposta.

    Ma se quella sera ciò che arriva dal partner non produce realmente il bisogno di fermarsi, il silenzio rischia di essere soltanto la memoria di un momento precedente.

    Una pausa viva nasce perché qualcosa impedisce temporaneamente di andare avanti. Una pausa recitata nasce perché sappiamo che lì dovrebbe esserci una pausa.

    La soluzione non è fare tutto diversamente

    A questo punto si potrebbe pensare che per mantenere viva una scena basti cambiare continuamente.

    Ieri ho detto la battuta piano?

    Oggi la urlo.

    Ieri ho fatto una pausa?

    Oggi vado velocissimo.

    Ma anche questo è controllo.

    Stiamo ancora decidendo come produrre un risultato, semplicemente scegliendone uno nuovo.

    La spontaneità non consiste nella variazione obbligatoria.

    Una scena potrebbe risultare molto simile per dieci repliche consecutive.

    La domanda non è:

    È diversa da ieri?

    Ma:

    Sta nascendo da ciò che accade oggi oppure sto copiando ciò che è successo ieri?

    Precisione e vita possono convivere

    Questa distinzione è particolarmente importante perché il lavoro professionale richiede precisione.

    Nel cinema esistono raccordi, posizioni, movimenti di macchina.

    A teatro esistono tempi, luci, musiche, cambi scena.

    Una determinata azione può dover accadere sempre nello stesso punto.

    La libertà dell’attore non significa ignorare la struttura.

    Il problema non è la precisione.

    È come arriviamo a quella precisione.

    Possiamo compiere la stessa azione mantenendo vivo il percorso che ci porta a compierla.

    Possiamo dire esattamente le stesse parole continuando a ricevere ciò che accade.

    Struttura e comportamento vivo non sono necessariamente opposti.

    Il lavoro precedente serve proprio qui

    È in questo momento che si comprende meglio perché il training Meisner non comincia dal copione.

    La repetition ha allenato l’attenzione sull’altro.

    La reality of doing ha spostato il lavoro verso qualcosa di realmente compiuto.

    L’Independent Activity ha introdotto una necessità concreta mentre il partner interferiva.

    La preparazione emotiva ha insegnato ad arrivare coinvolti senza dover conservare artificialmente uno stato.

    Quando arriva il testo, tutte queste capacità devono rimanere disponibili.

    Altrimenti il copione rischia di cancellare il percorso precedente.

    Sapere perfettamente il testo per poterlo dimenticare

    C’è un paradosso utile.

    L’attore deve conoscere le parole così bene da non dover più occuparsi di ricordarle continuamente.

    Non per dimenticarle letteralmente.

    Ma perché possano smettere di essere il centro dell’attenzione.

    Se il testo è fragile, l’attore deve proteggerlo.

    Se il testo è profondamente acquisito, può tornare a occuparsi dell’altro.

    Le parole rimangono disponibili mentre l’attenzione può andare alla situazione.

    La memorizzazione diventa quindi utile proprio quando permette di non pensare alla memoria.

    L’altra persona deve poter cambiare qualcosa

    Alla fine esiste un criterio molto semplice.

    Se il partner cambia davvero comportamento, la nostra scena può cambiare?

    Non necessariamente nelle battute.

    Non necessariamente nei movimenti fondamentali.

    Ma nel modo in cui riceviamo ciò che succede?

    Se la risposta è no, forse abbiamo costruito una performance troppo rigida.

    Se qualunque cosa faccia il partner produce comunque:

    la stessa pausa,

    lo stesso tono,

    la stessa emozione,

    lo stesso sguardo,

    allora l’altro attore è diventato in gran parte superfluo.

    E una scena tra due persone non dovrebbe funzionare allo stesso modo se una delle due smette davvero di esserci.

    Non recitare le battute: lasciare che diventino necessarie

    Il lavoro sul testo non consiste nel rendere le parole casuali.

    Non consiste nemmeno nel rifiutare interpretazione, analisi o preparazione.

    Consiste nel fare in modo che ciò che abbiamo preparato non elimini la possibilità dell’esperienza.

    Una battuta può essere conosciuta perfettamente e continuare a sembrare necessaria.

    Può essere stata pronunciata cento volte e continuare a nascere da ciò che è appena successo.

    È questa la difficoltà.

    Non dimenticare il testo.

    Dimenticare, per un momento, il modo in cui avevamo deciso di recitarlo.

    Dal testo al comportamento

    La differenza fondamentale può essere riassunta così.

    “Recitare il testo” significa spesso partire dalle parole e costruire il comportamento necessario per sostenerle.

    Un lavoro più vivo prova invece a mantenere attivi relazione, circostanze, ascolto e azione affinché le parole possano emergere da lì.

    Il testo rimane identico.

    Ma non è più una partitura emotiva da eseguire.

    Diventa qualcosa che accade dentro una relazione.

    E questa distinzione apre il passaggio successivo del nostro percorso: il personaggio.

    Perché, una volta compreso che l’attore non dovrebbe essere prigioniero del modo in cui ha deciso di dire le battute, nasce una domanda ancora più complessa:

    come si costruisce qualcuno diverso da noi senza tornare a fabbricare dall’esterno un comportamento?

  • Dalla repetition al testo: come entra il copione nella Tecnica Meisner

    Uno degli aspetti più interessanti della Tecnica Meisner è che il lavoro sul testo arriva dopo un lungo percorso nel quale l’attore ha imparato, almeno in parte, a non dipendere dal testo.

    All’inizio del training l’attenzione viene spostata altrove: sul partner, sull’ascolto, sul comportamento, sulla realtà del fare, sull’attività, sulla preparazione emotiva.

    Poi, a un certo punto, arrivano le battute.

    Ed emerge un problema molto preciso:

    come si può continuare a reagire realmente quando sappiamo già esattamente cosa dovremo dire?

    È qui che il lavoro sul testo diventa una prova di tutto ciò che è stato costruito prima.

    Il testo introduce un paradosso

    Una scena scritta contiene qualcosa che nella vita reale non esiste.

    Il futuro è già noto.

    L’attore conosce la battuta successiva.

    Conosce quella del partner.

    Sa spesso dove la scena cambierà direzione.

    Conosce persino il finale.

    Il personaggio, invece, vive gli eventi nel presente.

    Per questo l’attore deve affrontare una situazione apparentemente contraddittoria:

    conoscere perfettamente ciò che accadrà senza comportarsi come se fosse già accaduto.

    È uno dei problemi centrali del passaggio dal training alla scena.

    Perché il lavoro sul testo arriva più avanti

    L’ordine del training non è casuale.

    Prima di introdurre il copione, Meisner costruisce una serie di capacità che diventano indispensabili proprio quando le parole sono già stabilite.

    Con la repetition, l’attore comincia a spostare l’attenzione verso il partner.

    Con la reality of doing, impara a occuparsi realmente di qualcosa invece di rappresentarne soltanto l’apparenza.

    Con l’Independent Activity, deve continuare a fare qualcosa di importante mentre un’altra persona può interferire.

    Con la preparazione emotiva, comincia a costruire la condizione dalla quale entra nella scena.

    Il testo aggiunge un nuovo livello di difficoltà:

    ora bisogna conservare tutto questo mentre le parole non possono più nascere liberamente.

    La struttura pubblicata di Sanford Meisner on Acting mostra chiaramente questa progressione: repetition, realtà del fare, attività e improvvisazione precedono il lavoro più avanzato sulla scena e sul personaggio. Google Libri

    Il rischio: trasformare le battute in una partitura da eseguire

    Quando l’attore comincia a lavorare sul copione, può accadere qualcosa di molto naturale.

    Durante le prove scopre una certa maniera di pronunciare una frase.

    Funziona.

    La ripete.

    Dopo qualche prova quella battuta ha ormai:

    una pausa precisa,

    un ritmo preciso,

    un tono preciso,

    un’intenzione precisa.

    A quel punto l’attore non sta più necessariamente rispondendo a ciò che accade.

    Sta riproducendo una soluzione che aveva funzionato in precedenza.

    È qui che il testo può diventare una trappola.

    Conoscere le parole senza conoscere già il modo

    Il problema non è sapere bene la battuta.

    Al contrario: se l’attore deve ancora ricordare continuamente le parole, difficilmente potrà dedicare pienamente l’attenzione al partner.

    Ma conoscere il testo non dovrebbe significare aver deciso definitivamente come quelle parole dovranno essere dette.

    Questa distinzione è fondamentale.

    Le parole appartengono all’autore.

    Il comportamento attraverso cui quelle parole emergono appartiene al momento della scena.

    Larry Silverberg dedica un intero volume della sua elaborazione del lavoro Meisner proprio al passaggio verso il testo. La descrizione editoriale di Workbook Three: Tackling the Text insiste sull’idea di evitare interpretazioni e cliché precostituiti del personaggio per lasciare spazio a una scoperta più personale del materiale. Google Libri

    Il testo non dovrebbe sostituire il partner

    Un errore molto comune consiste nel cominciare a rispondere alla battuta anziché alla persona.

    L’attore sente una frase conosciuta.

    Riconosce il segnale.

    Parte la propria risposta.

    Formalmente tutto funziona.

    Ma il partner potrebbe essere diventato quasi irrilevante.

    Non conta più come quella frase viene detta.

    Conta soltanto che sia arrivata.

    La scena si trasforma così in una sequenza:

    tu dici questo,

    io dico quello,

    poi tu fai questo,

    poi io reagisco così.

    È corretta.

    Ma può essere completamente priva di vita.

    La battuta è un risultato, non sempre un punto di partenza

    Pensiamo alla vita quotidiana.

    Quando parliamo con qualcuno, spesso non sappiamo esattamente come formuleremo una risposta fino al momento in cui la pronunciamo.

    La risposta nasce dal rapporto tra quello che vogliamo, quello che abbiamo appena ricevuto e la situazione in cui ci troviamo.

    Nel testo teatrale le parole sono già state stabilite.

    Ma l’attore può ancora cercare di preservare qualcosa di quella dinamica.

    La battuta non deve essere semplicemente:

    quello che ora devo dire.

    Può diventare:

    ciò che nasce da quello che mi sta succedendo.

    Sapere cosa dire senza aspettare il proprio turno

    Questo collega direttamente il lavoro sul testo a uno dei problemi che abbiamo già affrontato.

    Se l’attore conosce perfettamente la propria battuta, può cominciare ad aspettarla.

    Il partner parla e, mentre lo fa, l’attore è già mentalmente sulla risposta successiva.

    Non sta più ricevendo.

    Sta aspettando un’apertura.

    È il fenomeno che spesso descriviamo come aspettare il proprio turno.

    Il testo non crea questo problema, ma lo rende molto più facile.

    Per questo tutto il lavoro precedente sull’attenzione al partner diventa improvvisamente essenziale.

    La spontaneità non significa cambiare ogni sera

    Qui occorre evitare l’equivoco opposto.

    Se una battuta non deve essere predeterminata, potremmo pensare che l’attore debba cercare volontariamente di dirla ogni volta in modo diverso.

    Una sera piano.

    Una sera urlando.

    Una sera con una pausa.

    Una sera senza.

    Ma questa sarebbe soltanto un’altra forma di controllo.

    L’attore starebbe ancora decidendo il risultato.

    Essere disponibili non significa produrre varietà.

    Significa non obbligare la scena a riprodurre una forma già decisa.

    A volte la battuta potrà uscire quasi identica alla sera precedente.

    La differenza è che non viene ripetuta perché l’attore sta cercando di copiare la propria performance.

    Nasce di nuovo dalle condizioni presenti.

    Preparazione e libertà non sono opposti

    Il lavoro sul testo mostra bene uno dei principi più importanti della Tecnica Meisner.

    Essere liberi non significa essere impreparati.

    L’attore deve sapere.

    Deve conoscere la scena.

    Deve conoscere il testo.

    Deve comprendere le circostanze.

    Deve aver lavorato.

    Ma la preparazione dovrebbe servire a permettergli di non dover controllare tutto mentre recita.

    William Esper presenta il training Meisner proprio come una progressione di esercizi che costruisce capacità sempre più complesse, mantenendo come obiettivo un attore capace di lavorare creativamente e non di essere imprigionato dalle proprie decisioni. Google Libri

    Il testo non cancella la reality of doing

    Quando arrivano le battute, ciò che abbiamo imparato sul fare non scompare.

    Anzi.

    Diventa ancora più importante.

    Il personaggio continua ad avere qualcosa da fare.

    Il partner continua a esistere.

    Le circostanze continuano ad avere conseguenze.

    Se il testo diventa improvvisamente il centro assoluto del lavoro, l’attore rischia di dimenticare tutto il resto.

    Invece le parole dovrebbero entrare in una vita che è già attiva.

    Non sostituirla.

    Il testo non cancella la preparazione emotiva

    Lo stesso vale per la preparazione.

    L’attore può arrivare emotivamente vivo all’inizio della scena.

    Ma appena comincia il dialogo, non dovrebbe usare le battute per difendere quello stato.

    La preparazione appartiene al punto di partenza.

    Il testo introduce eventi.

    Il partner introduce comportamenti.

    La scena comincia a modificare ciò che era stato preparato.

    Anche qui ritorna lo stesso principio:

    preparare non significa predeterminare.

    Il testo come nuova difficoltà del training

    Da questo punto di vista il copione non rappresenta l’abbandono degli esercizi precedenti.

    È il luogo in cui quegli esercizi vengono messi alla prova.

    È relativamente più semplice ascoltare quando non sappiamo cosa arriverà.

    È più difficile ascoltare quando conosciamo già ogni parola.

    È relativamente più semplice reagire quando possiamo rispondere liberamente.

    È più difficile rimanere reattivi quando la nostra risposta è stata scritta settimane, anni o secoli prima.

    È proprio questa difficoltà che rende il lavoro sul testo così importante.

    Dal comportamento alle parole

    Il rischio dell’attore è spesso partire dalle battute e costruire intorno ad esse una performance.

    Il training Meisner cerca invece di arrivare al testo dopo aver costruito un’altra base:

    attenzione,

    fare,

    impulso,

    relazione,

    preparazione,

    comportamento.

    Le parole entrano dentro questo sistema.

    Non dovrebbero sostituirlo.

    Per questo il passaggio al copione non significa semplicemente:

    Adesso facciamo una scena.

    Significa verificare se l’attore riesce a mantenere viva la propria capacità di rispondere quando uno degli elementi più importanti della scena — ciò che dirà — è già stato deciso.

    Le parole sono fisse, ciò che accade tra gli attori no

    È forse questo il modo più semplice per riassumere il problema.

    L’autore ha stabilito le parole.

    Ha stabilito molti degli eventi.

    Ha costruito una struttura precisa.

    Ma all’interno di quella struttura deve ancora esistere una relazione viva.

    Le battute sono già scritte. Il modo in cui nascono nel momento non dovrebbe esserlo.

    Ed è proprio su questa distinzione che entreremo nel prossimo articolo: cosa succede quando l’attore comincia a “recitare le battute” invece di lasciarle emergere dal comportamento.

    Per capire da dove nasce questo lavoro:

  • Cercare di produrre un’emozione: perché può rendere la recitazione meno vera

    Devo arrabbiarmi.

    Qui dovrei piangere.

    Questa scena dovrebbe farmi stare male.

    Non sto provando abbastanza.

    Sono pensieri che molti attori conoscono.

    Il testo indica una situazione emotivamente forte, il personaggio attraversa qualcosa di importante e sembra quindi naturale pensare che il compito dell’attore consista nel produrre l’emozione richiesta.

    Il problema comincia quando l’emozione diventa qualcosa da sorvegliare.

    L’attore non è più soltanto dentro la scena. Una parte della sua attenzione controlla continuamente se sta sentendo abbastanza, se l’emozione è visibile, se sta arrivando nel punto previsto.

    E proprio mentre cerca di essere emotivamente vero può cominciare a costruire qualcosa di artificiale.

    Quando l’emozione diventa un risultato da raggiungere

    Immaginiamo una scena nella quale il personaggio scopre un tradimento.

    L’attore legge il testo e conclude:

    Qui devo essere furioso.

    È una conclusione comprensibile.

    Ma cosa succede se, durante la scena, il partner si comporta in un modo che provoca qualcosa di diverso?

    Potrebbe apparire terrorizzato.

    Potrebbe farci pena.

    Potrebbe dire qualcosa che ci ferisce più del tradimento stesso.

    Potremmo improvvisamente non avere più voglia di gridare.

    Se l’attore ha già stabilito che il risultato corretto della scena è la rabbia, rischia di non ricevere più quello che sta realmente accadendo.

    Deve proteggere l’emozione che aveva deciso di mostrare.

    Sentire qualcosa e mostrare di sentirlo non sono la stessa cosa

    Una delle difficoltà della recitazione è che l’attore conosce molti dei segnali esterni associati alle emozioni.

    Sa come può apparire una persona triste.

    Conosce il tono di voce che associamo alla rabbia.

    Sa come rendere visibile la tensione.

    Questi comportamenti possono quindi essere riprodotti anche quando non stanno nascendo da ciò che accade.

    Il rischio è passare dalla domanda:

    Che cosa mi sta succedendo?

    alla domanda:

    Come posso far capire al pubblico quello che dovrei provare?

    Sono due lavori completamente diversi.

    Nel primo caso l’attore è coinvolto in un’esperienza.

    Nel secondo sta cominciando a commentarla.

    Il paradosso del controllo emotivo

    Più vogliamo ottenere un’emozione, più facilmente cominciamo a controllarci.

    Sta arrivando?

    È abbastanza forte?

    Perché ieri questa scena mi faceva piangere e oggi no?

    A questo punto l’attenzione viene divisa.

    Una parte continua a lavorare con il partner.

    Un’altra osserva il proprio stato interno.

    È lo stesso problema che abbiamo incontrato parlando dell’attore che pensa troppo mentre recita: il performer diventa contemporaneamente anche spettatore della propria performance.

    E l’emozione rischia di trasformarsi in una verifica.

    Meisner non chiede all’attore di essere privo di emozioni

    Qui è necessaria una distinzione importante.

    Affermare che non bisogna inseguire l’emozione non significa affatto che l’emozione sia irrilevante nel lavoro di Meisner.

    Al contrario.

    Nel training esiste una fase specificamente dedicata alla preparazione emotiva, che serve a permettere all’attore di arrivare all’inizio della scena con una vita emotiva attiva.

    Meisner avverte però anche i suoi studenti che non è necessario produrre quantità enormi di emozione per rendere leggibile una condizione e che tentare di forzare artificialmente ciò che non c’è porta facilmente alla falsità. Studylib

    La questione, quindi, non è:

    emozione sì o emozione no?

    La questione è:

    qual è il rapporto dell’attore con quell’emozione?

    Preparare un’emozione non significa conservarla

    Questo è il punto in cui il lavoro sulla preparazione emotiva diventa particolarmente importante.

    La preparazione serve all’inizio.

    Meisner la paragona al riscaldamento del motore di un’automobile prima di partire: mette l’attore nelle condizioni di cominciare, ma non determina tutto ciò che accadrà successivamente. Studylib

    Una volta iniziata la scena, il partner e le circostanze devono poter modificare ciò che abbiamo portato con noi.

    Se preparo una condizione di euforia e poi il partner mi comunica qualcosa di devastante, non devo continuare a difendere l’euforia perché era ciò che avevo preparato.

    La preparazione ha già svolto il proprio compito.

    Ora c’è la scena.

    L’emozione può cambiare momento per momento

    In Sanford Meisner on Acting, quando una studentessa cerca di comprendere come utilizzare una preparazione emotiva per qualcosa che dovrebbe accadere più avanti nella scena, Meisner chiarisce che la preparazione riguarda l’inizio e che successivamente ogni momento la alimenta e la modifica. Studylib

    Questo cambia radicalmente il modo di pensare la scena.

    L’attore non costruisce una linea emotiva come:

    parto triste → divento arrabbiato → piango alla battuta finale.

    Può conoscere perfettamente la struttura drammatica.

    Ma il modo concreto in cui attraverserà quella struttura deve poter dipendere anche da ciò che riceve.

    L’emozione diventa quindi mobile.

    Non qualcosa da conservare.

    “Qui devo piangere”

    Il pianto è probabilmente l’esempio più evidente.

    Un attore legge una scena e sa che, idealmente, quel momento potrebbe condurre alle lacrime.

    Durante le prove magari è successo.

    La sera successiva comincia ad aspettarlo.

    Arriva la battuta.

    Controlla.

    Le lacrime non arrivano.

    A quel punto l’intera attenzione può spostarsi sulla loro assenza.

    Perché non sto piangendo?

    E proprio questa domanda rischia di allontanarlo da ciò che potrebbe realmente produrre una risposta: la situazione e l’altra persona.

    Meisner afferma esplicitamente che l’emozione non può essere falsificata senza che la falsità diventi percepibile. Se non è presente, è preferibile continuare a lavorare con verità piuttosto che imitarne gli effetti. Studylib

    Una scena può essere vera senza essere emotivamente esplosiva

    Questo è un altro equivoco importante.

    Una scena molto emotiva non è necessariamente una scena molto vera.

    E una scena contenuta non è necessariamente povera.

    L’intensità visibile non rappresenta una misura affidabile della qualità del lavoro.

    Una persona può ricevere una notizia terribile e rimanere apparentemente immobile.

    Può ridere.

    Può occuparsi di qualcosa di irrilevante.

    Può tentare disperatamente di continuare una conversazione normale.

    Il comportamento umano non segue sempre la rappresentazione più evidente dell’emozione.

    Per questo l’attore non dovrebbe sentirsi obbligato a dimostrare quanto profondamente sta vivendo qualcosa.

    Il partner è più importante dell’emozione che avevamo previsto

    Torniamo così a uno dei principi costruiti molto prima nel training.

    Il partner deve poter avere conseguenze.

    Se entro in scena furioso e l’altra persona fa qualcosa che mi disarma completamente, quella modificazione non è un errore.

    È materiale.

    Se invece penso:

    No, in questa scena io devo essere arrabbiato,

    la mia idea della scena sta diventando più importante della persona che ho davanti.

    Il risultato è paradossale: nel tentativo di rispettare il personaggio, posso smettere di vivere realmente la relazione.

    Dall’emozione al comportamento

    Una domanda spesso più utile di:

    Che cosa devo provare?

    può essere:

    Che cosa sta realmente accadendo tra me e questa persona?

    Non perché il comportamento debba sostituire la vita emotiva.

    Ma perché ci restituisce qualcosa con cui possiamo entrare concretamente in relazione.

    L’altro sta cercando di avvicinarsi?

    Ci sta evitando?

    Ci sta provocando?

    Ha detto qualcosa che non ci aspettavamo?

    Sta rendendo difficile ciò che stiamo cercando di fare?

    Questi eventi possono modificarci.

    Ed è proprio la disponibilità a essere modificati che il training ha iniziato a costruire fin dalla repetition.

    Dalla repetition alla preparazione emotiva

    A questo punto possiamo vedere meglio la progressione.

    Con la repetition, l’attore comincia a mettere l’attenzione sull’altro.

    Con la reality of doing, smette di rappresentare genericamente il fare e comincia a occuparsi realmente di qualcosa.

    Con l’Independent Activity, deve continuare a fare qualcosa di importante mentre il partner può interferire.

    Con la preparazione emotiva, impara ad arrivare alla scena già coinvolto interiormente.

    Ma nessuno di questi passaggi dovrebbe cancellare ciò che è stato costruito prima.

    L’emozione non sostituisce l’ascolto.

    La preparazione non sostituisce il partner.

    Il problema non è preparare: è predeterminare

    Questa distinzione riassume gran parte del problema.

    Preparare significa creare le condizioni con cui iniziare.

    Predeterminare significa decidere in anticipo quale risultato dovrà prodursi.

    La Tecnica Meisner non chiede all’attore di presentarsi completamente vuoto sperando che tutto accada spontaneamente.

    Ma nemmeno gli chiede di costruire una performance emotiva da riprodurre.

    L’attore può arrivare con una preparazione profonda e, proprio perché è preparato, permettersi poi di lasciare che l’altro lo modifichi.

    E se quella sera l’emozione è diversa?

    Questa domanda diventa particolarmente importante quando una scena viene replicata molte volte.

    La sera precedente l’attore era profondamente commosso.

    Quella successiva la stessa preparazione produce qualcosa di meno intenso.

    È necessariamente un problema?

    Non sempre.

    Meisner osserva che lo stesso lavoro può risultare più pieno alcune sere e meno altre; tentare ogni volta una preparazione smisurata per raggiungere esattamente la stessa quantità di emozione può diventare controproducente. Studylib

    L’attore non è una macchina.

    Ciò che conta è non essere completamente vuoti e rimanere disponibili a ciò che accade.

    Non ricostruire artificialmente la performance del giorno precedente.

    L’emozione come parte dell’esperienza, non come prova di bravura

    Alla fine il problema può essere formulato in modo molto semplice.

    L’emozione è preziosa quando appartiene a ciò che l’attore sta vivendo.

    Diventa pericolosa quando viene utilizzata come dimostrazione:

    Guardate quanto sono coinvolto.

    Guardate quanto sono triste.

    Guardate quanto questa scena mi attraversa.

    Il training non dovrebbe portare l’attore a diventare più bravo a mostrare emozioni.

    Dovrebbe renderlo più disponibile a vivere condizioni nelle quali le emozioni possano emergere, cambiare, diminuire o sorprendere.

    Non chiedersi “cosa devo sentire?”, ma rimanere disponibili a ciò che accade

    Preparare una scena è necessario.

    Preparare la vita emotiva può esserlo altrettanto.

    Ma, una volta iniziato il lavoro, l’attore deve poter smettere di sorvegliare il proprio stato.

    La domanda più utile non è continuamente:

    Sto provando l’emozione giusta?

    Ma:

    Che cosa mi sta realmente accadendo adesso?

    È una differenza piccola solo in apparenza.

    Nel primo caso l’attore cerca di produrre un risultato.

    Nel secondo rimane disponibile all’esperienza.

    Ed è proprio lì che un’emozione può smettere di essere qualcosa da recitare e diventare qualcosa che realmente modifica il comportamento.

    Continua il percorso

    Per comprendere come Meisner prepara l’attore prima che la scena abbia inizio:

    Per approfondire un problema strettamente collegato:

  • Preparazione emotiva nella Tecnica Meisner: cos’è e a cosa serve

    Un attore entra in scena dopo aver appena ricevuto una notizia devastante.

    Oppure sta tornando a casa dopo uno dei momenti più felici della propria vita.

    Il testo comincia quando entra dalla porta, ma la vita del personaggio non comincia con la prima battuta.

    Qualcosa è già accaduto.

    In quale condizione entra quindi l’attore?

    È a questo problema che Sanford Meisner dedica il lavoro sulla preparazione emotiva.

    Nel suo training, la preparazione non è un modo per stabilire anticipatamente tutto ciò che l’attore dovrà provare durante la scena. È uno strumento molto più preciso: serve a permettergli di arrivare al primo momento della scena con una vita emotiva già attiva.

    Perché l’attore non dovrebbe entrare emotivamente vuoto

    In Sanford Meisner on Acting, Meisner introduce la preparazione definendola come lo strumento che consente all’attore di iniziare una scena in una condizione di emotional aliveness, di vitalità emotiva. Lo scopo è evitare che l’attore entri semplicemente vuoto, aspettando che sia il testo a produrre qualcosa. cursteatrubucuresti.ro

    Immaginiamo che una scena inizi dopo un evento importante.

    Il personaggio ha appena scoperto di essere stato tradito.

    Ha ottenuto il lavoro che desiderava da anni.

    Ha litigato violentemente con qualcuno.

    Ha appena vissuto qualcosa che, nelle circostanze della storia, dovrebbe avere conseguenze.

    Se l’attore entra completamente neutro e spera che le prime battute lo conducano lentamente verso quella condizione, rischia di partire da un luogo che non corrisponde alla vita immaginaria del personaggio.

    La preparazione affronta proprio questo problema.

    La scena comincia prima della prima battuta

    Questo principio porta a una domanda essenziale:

    che cosa è successo immediatamente prima che la scena cominciasse?

    Il testo ci mostra soltanto una porzione della vita del personaggio.

    Quando il sipario si apre o la macchina da presa comincia a registrare, il personaggio non dovrebbe apparire come se fosse appena stato acceso.

    Arriva da qualche parte.

    Ha vissuto qualcosa.

    Porta con sé uno stato.

    La preparazione serve quindi a costruire il punto emotivo dal quale l’attore entra nella scena.

    Non stabilisce ciò che accadrà dopo.

    Stabilisce da dove si parte.

    La preparazione non è l’emozione della scena

    Questa distinzione è probabilmente la più importante.

    Supponiamo che io prepari una forte rabbia perché il personaggio entra immediatamente dopo aver subito un’offesa.

    Questo non significa che debba rimanere arrabbiato per tutta la scena.

    Il partner potrebbe sorprendermi.

    Potrebbe chiedermi scusa.

    Potrebbe farmi ridere.

    Potrebbe dirmi qualcosa che mi ferisce molto più dell’offesa precedente.

    La scena potrebbe prendere una direzione completamente diversa.

    Meisner è molto esplicito su questo punto: la preparazione appartiene all’inizio della scena; poi ogni momento la alimenta e la modifica. Studylib

    È qui che la preparazione emotiva rimane coerente con tutto il lavoro precedente del training.

    L’attore arriva preparato.

    Ma non arriva programmato.

    Prepararsi senza predeterminare

    Può sembrare una contraddizione.

    Da una parte chiediamo all’attore di arrivare con una precisa vitalità emotiva.

    Dall’altra gli chiediamo di rimanere disponibile a ciò che accade.

    In realtà le due cose appartengono allo stesso principio.

    La preparazione determina una condizione iniziale, non un comportamento futuro.

    Posso entrare profondamente felice senza sapere in anticipo come reagirò alla prima cosa che il partner farà.

    Posso entrare sconvolto senza decidere preventivamente quando piangerò.

    Posso entrare furioso senza programmare il tono delle mie battute.

    L’emozione prepara il terreno.

    La relazione determina ciò che accade dopo.

    Perché la preparazione arriva dopo il lavoro sul partner

    Anche l’ordine del training ha un significato.

    Prima di introdurre questo strumento, Meisner ha già lavorato a lungo sulla capacità dell’attore di ricevere il partner, rispondere al comportamento e smettere di fabbricare reazioni.

    Questo è importante perché altrimenti la preparazione emotiva potrebbe facilmente trasformarsi nel contrario di ciò che dovrebbe essere.

    L’attore potrebbe pensare:

    Ho preparato tristezza, quindi devo essere triste.

    E cominciare a difendere il proprio stato emotivo dall’altra persona.

    Ma in questo modo smetterebbe di ascoltare.

    Il lavoro precedente serve precisamente a evitare che l’emozione preparata diventi una gabbia.

    L’immaginazione come strumento di preparazione

    Come produce l’attore questa vitalità emotiva?

    Nel lavoro di Meisner l’immaginazione assume un ruolo centrale.

    La preparazione viene sviluppata attraverso una forma di auto-stimolazione immaginativa, spesso descritta attraverso il daydreaming: l’attore utilizza la propria immaginazione per trovare qualcosa che provochi in lui una risposta emotiva viva. Meisner insiste sul fatto che ciò che funziona deve essere personale: lo stesso stimolo non produrrà necessariamente lo stesso effetto su due attori differenti. Studylib

    Qui bisogna fare attenzione alla parola personale.

    Non significa necessariamente autobiografico.

    Significa che deve funzionare per quell’attore.

    Una situazione immaginaria apparentemente assurda per una persona potrebbe avere un’enorme forza emotiva per un’altra.

    L’unico criterio utile non è quanto l’idea sia sofisticata.

    È ciò che provoca.

    Meisner e la memoria emotiva: una distinzione importante

    Questo è anche uno dei punti che distingue il lavoro di Meisner da una certa interpretazione del lavoro sviluppato da Lee Strasberg.

    La preparazione Meisner non viene costruita ponendo al centro la ricerca sistematica di episodi traumatici o emotivamente significativi della propria biografia.

    Le ricostruzioni accademiche del suo lavoro sottolineano esplicitamente che l’affective o emotional memory non costituisce la base del sistema sviluppato da Meisner; la preparazione viene invece legata all’uso creativo dell’immaginazione. Kent Academic Repository

    Questo non significa naturalmente che un attore smetta di avere una storia personale.

    Significa che non è obbligato a utilizzare la propria vita reale come archivio dal quale estrarre ogni emozione necessaria alla scena.

    L’immaginazione permette un campo molto più vasto.

    Non è necessario immaginare esattamente ciò che accade al personaggio

    Qui troviamo un altro passaggio interessante.

    Supponiamo che il personaggio abbia appena ricevuto una promozione professionale.

    Potrei non trovare particolarmente stimolante immaginare quella specifica situazione.

    Ma potrei conoscere molto bene la sensazione di una vittoria desiderata per anni.

    La preparazione può quindi utilizzare una fantasia diversa, purché conduca verso una qualità emotiva appropriata al punto di partenza richiesto dalla scena.

    Meisner chiarisce che la fonte utilizzata per stimolare la vita interiore non deve necessariamente coincidere letteralmente con ciò che accade nella scena. Studylib

    Ed è questo che rende la preparazione un processo profondamente individuale.

    L’attore deve scoprire che cosa funziona realmente sulla propria immaginazione.

    Il pericolo di cercare direttamente l’emozione

    A questo punto potrebbe sembrare che l’obiettivo sia semplicemente:

    Devo riuscire a sentire qualcosa.

    Ma anche questa idea può diventare una trappola.

    Se mentre mi preparo continuo a controllare:

    Sto provando abbastanza?

    Sta arrivando la rabbia?

    Perché non sto piangendo?

    ritorno esattamente al problema che il training cerca da tempo di affrontare: l’autosservazione.

    L’attore diventa spettatore del proprio stato.

    La preparazione non dovrebbe trasformarsi in un esame nel quale bisogna dimostrare di essere emotivamente capaci.

    L’immaginazione è uno strumento di stimolazione.

    Non un comando impartito al sistema nervoso.

    Non esistono emozioni “giuste” in quantità prestabilite

    Due attori potrebbero preparare la stessa scena e arrivare a risultati molto diversi.

    Uno potrebbe sentirsi devastato.

    Un altro potrebbe sperimentare una calma quasi inquietante.

    Un altro ancora potrebbe essere pieno di energia.

    Il problema non è raggiungere una quantità standardizzata di emozione.

    È arrivare vivi e personalmente coinvolti, in modo coerente con il punto di partenza della scena.

    Lavorare sulla preparazione non significa quindi costruire un catalogo:

    rabbia = esercizio A

    tristezza = esercizio B

    felicità = esercizio C

    La risposta dell’attore deve rimanere personale.

    Ed è proprio per questo che Meisner descrive la preparazione come uno dei problemi più sottili del lavoro dell’attore. Studylib

    Poi bisogna lasciarla andare

    Questo è forse il momento più difficile.

    L’attore ha lavorato.

    Ha costruito una fantasia.

    Ha trovato qualcosa che lo stimola.

    Entra in scena emotivamente vivo.

    E poi?

    Deve tornare al partner.

    La preparazione ha fatto il proprio lavoro.

    Da quel momento, continuare a occuparsene significherebbe smettere di ricevere ciò che sta accadendo.

    Meisner utilizza un’immagine molto semplice: la preparazione è simile al riscaldamento del motore prima di partire. Serve a iniziare; non è ciò che guida l’intero viaggio. Studylib

    Una volta cominciata la scena, sono le circostanze e soprattutto ciò che accade momento per momento a modificare l’attore.

    Preparazione emotiva e reality of doing

    A prima vista il lavoro emotivo potrebbe sembrare molto lontano dalla reality of doing.

    In realtà esiste una continuità precisa.

    Nel lavoro precedente l’attore ha imparato a non rappresentare genericamente un’azione, ma a fare realmente.

    Ha poi dovuto mantenere questa realtà del fare dentro l’Independent Activity mentre il partner cominciava a interferire con il suo lavoro.

    Con la preparazione emotiva viene introdotto un altro elemento:

    l’attore non arriva soltanto con qualcosa da fare. Arriva anche da qualcosa che è già accaduto.

    La vita della scena diventa progressivamente più complessa.

    Preparazione emotiva e Independent Activity

    Possiamo quindi vedere una progressione.

    Nella repetition il partner comincia a diventare realmente importante.

    Nella reality of doing il fare diventa concreto.

    Nell’Independent Activity qualcosa deve essere portato realmente a termine mentre un’altra persona può interferire.

    Con la preparazione emotiva compare una nuova dimensione: la vita interiore con cui l’attore arriva all’incontro.

    Ogni elemento non cancella quello precedente.

    Lo complica.

    Questo è uno dei motivi per cui leggere gli esercizi Meisner come tecniche isolate rischia di far perdere il senso del training.

    La preparazione non sostituisce ciò che accade

    Alla fine possiamo ridurre il principio a una distinzione molto semplice.

    La preparazione risponde alla domanda:

    Come arrivo?

    La scena risponde a un’altra:

    Che cosa mi accade adesso?

    Confondere queste due domande significa predeterminare il lavoro.

    Separarle permette all’attore di arrivare profondamente coinvolto senza rinunciare alla possibilità di essere sorpreso.

    Ed è proprio questa combinazione — preparazione e disponibilità — a rendere lo strumento interessante.

    L’attore non entra vuoto.

    Ma nemmeno entra sapendo già cosa proverà cinque minuti dopo.

    Entra vivo.

    Poi lascia che la scena gli accada.

    Il problema successivo: voler produrre l’emozione

    Proprio il lavoro sulla preparazione porta però a uno dei rischi più comuni nella recitazione: cominciare a pensare che una scena sia riuscita soltanto quando siamo riusciti a produrre l’emozione desiderata.

    Nel prossimo approfondimento vedremo perché pensieri come devo piangere, devo arrabbiarmi o non sto provando abbastanza possono riportare l’attore proprio verso quel controllo che il training cerca di ridurre.

  • Independent Activity nella Tecnica Meisner: perché l’attore deve avere qualcosa da fare

    opo i primi esercizi di repetition, nel training Meisner compare un elemento nuovo.

    Uno dei due attori non è più semplicemente disponibile al partner: ha qualcosa da fare.

    Deve completare un’attività concreta, sufficientemente impegnativa da richiedere davvero la sua attenzione. Poi arriva un’altra persona. Il rapporto con il partner entra così in uno spazio che era già occupato da un compito reale.

    È l’inizio dell’Independent Activity.

    Vista dall’esterno può sembrare un modo per dare all’attore qualcosa con cui tenersi occupato durante una scena.

    Ma il suo scopo è molto più preciso.

    L’Independent Activity mette alla prova una delle domande fondamentali del training:

    riesco a fare realmente qualcosa e, nello stesso tempo, a rimanere disponibile a ciò che un’altra persona provoca in me?

    Dalla repetition a qualcosa di più complesso

    Nella repetition iniziale il lavoro viene deliberatamente semplificato.

    L’attore non deve sostenere un testo complesso, interpretare un personaggio o realizzare una serie di azioni sceniche. Può concentrare maggiormente la propria attenzione sul partner.

    Ma una scena non funziona così.

    Nella recitazione dobbiamo quasi sempre gestire più elementi contemporaneamente.

    Abbiamo qualcosa da fare.

    Abbiamo delle circostanze.

    Abbiamo un obiettivo.

    E abbiamo un’altra persona che può interferire con ciò che stiamo facendo.

    L’Independent Activity introduce quindi un nuovo livello di difficoltà senza abbandonare ciò che era stato costruito attraverso la repetition.

    Il partner rimane importante.

    Ma ora non è più l’unica cosa che esiste.

    Che cos’è un’Independent Activity?

    Nel lavoro documentato in Sanford Meisner on Acting, Meisner introduce l’esercizio chiedendo allo studente di svolgere un compito che richieda una vera concentrazione.

    Il primo esempio raccontato nel libro riguarda la ricerca di un numero telefonico all’interno dell’elenco di Manhattan. Il punto non è naturalmente l’elenco telefonico in sé: ciò che conta è che l’attore abbia un compito effettivo da portare avanti.

    Meisner specifica inoltre due condizioni decisive: l’attività deve essere difficile e deve esserci una ragione per cui è necessario farla. La difficoltà e il “reason why” contribuiscono a rendere concreta la concentrazione dell’attore. ORE Exeter

    Non basta quindi decidere:

    Metto in ordine alcuni oggetti mentre faccio la scena.

    Deve esserci realmente qualcosa da risolvere.

    L’attività deve essere difficile

    Perché la difficoltà è così importante?

    Perché un compito troppo semplice lascia libera una grande quantità di attenzione.

    Se posso completarlo automaticamente, posso contemporaneamente pensare:

    Come sto recitando?

    Quando entrerà il mio partner?

    Che reazione dovrei avere?

    L’attività smette di funzionare come qualcosa di reale e diventa una scenografia per l’esercizio.

    Quando invece il compito richiede precisione e concentrazione, l’attore deve occuparsene veramente.

    Nel lavoro riportato da Meisner, la difficoltà serve proprio a coinvolgere la concentrazione dell’attore. ORE Exeter

    Difficile non significa impossibile

    Qui esiste una distinzione importante.

    Se l’attività è impossibile, l’attore non può più investire realmente nel tentativo di riuscire.

    Sa già che fallirà.

    A quel punto rischia nuovamente di rappresentare lo sforzo invece di affrontare un problema concreto.

    L’attività deve quindi porre una difficoltà autentica, ma deve rimanere qualcosa che l’attore può realisticamente tentare di portare a termine.

    Il punto non è dimostrare quanto sia complicato l’esercizio.

    È creare una condizione nella quale sia necessario fare davvero.

    Non basta la difficoltà: serve una ragione

    Immaginiamo di dover risolvere un puzzle molto complicato.

    Può essere difficile.

    Può richiedere attenzione.

    Ma perché dovremmo preoccuparci davvero di finirlo?

    Se la risposta è semplicemente:

    Perché l’insegnante me l’ha chiesto,

    l’attività rischia di rimanere tecnicamente impegnativa ma umanamente irrilevante.

    Per questo Meisner introduce il reason why.

    Deve esserci qualcosa che renda importante portare a termine quel compito.

    La ragione crea una relazione tra la persona e ciò che sta facendo.

    Non sto semplicemente completando un’attività difficile.

    Ho bisogno di completarla per una ragione.

    La ricerca sul lavoro di Meisner mostra come difficoltà e “reason why” siano strettamente collegati: entrambi contribuiscono alla concentrazione e all’investimento dell’attore nell’attività. ORE Exeter

    La ragione non deve essere enorme per sembrare importante

    Qui compare un errore molto comune.

    Quando un attore sente che deve avere una forte ragione per completare qualcosa, può essere tentato di rendere la situazione gigantesca.

    Se non finisco questo puzzle perderò un milione di dollari.

    Se non aggiusto questo oggetto succederà una tragedia.

    Se non termino il lavoro la mia intera vita sarà distrutta.

    Ma aumentare artificialmente la posta in gioco non rende automaticamente più vero il coinvolgimento.

    In Sanford Meisner on Acting Meisner corregge proprio uno studente che aveva utilizzato la prospettiva di un premio enorme per cercare di rendere più importante la propria attività: il problema non era trovare una cifra sempre più grande, ma costruire una ragione che funzionasse realmente per lui. studylib.net

    È un punto importante.

    L’immaginazione deve coinvolgere l’attore, non impressionare chi guarda.

    Poi qualcuno bussa alla porta

    A questo punto l’esercizio potrebbe sembrare semplicemente un allenamento alla concentrazione.

    Ma non lo è.

    L’attore comincia l’attività.

    È impegnato.

    Poi arriva il partner.

    Nel percorso documentato da Meisner, questa fase viene introdotta nel capitolo significativamente intitolato The Knock on the Door: l’attività indipendente viene combinata con l’arrivo dell’altro attore e con il lavoro relazionale sviluppato attraverso la repetition. Google Libri

    Ed è qui che l’esercizio diventa davvero interessante.

    Perché improvvisamente esistono due realtà contemporaneamente.

    C’è qualcosa che devo fare.

    E c’è una persona che può modificarmi.

    L’Independent Activity non serve a ignorare il partner

    Un possibile fraintendimento consiste nel pensare che l’attore debba rimanere completamente assorbito dalla propria attività.

    Se il partner entra e io continuo imperterrito a lavorare senza lasciarmi influenzare, potrei sembrare molto concentrato.

    Ma avrei perso una parte fondamentale del training.

    L’attività non è una barriera che mi protegge dall’altro.

    Al contrario, crea una situazione nella quale l’attore deve mantenere contemporaneamente due possibilità:

    ciò che sto facendo conta davvero; ciò che l’altra persona fa conta davvero.

    Se abbandono immediatamente l’attività appena arriva il partner, probabilmente il compito non era abbastanza importante.

    Se invece continuo l’attività come se il partner non esistesse, non sto più ricevendo realmente ciò che accade.

    È precisamente questa tensione a rendere produttivo l’esercizio.

    Due fonti di attenzione che entrano in conflitto

    Nella vita quotidiana accade continuamente.

    Stiamo lavorando a qualcosa di importante e qualcuno ci interrompe.

    All’inizio vogliamo continuare.

    Poi quella persona dice qualcosa che ci colpisce.

    Cerchiamo di tornare al compito.

    Ci interrompe nuovamente.

    A un certo punto ciò che accade nella relazione può diventare più importante di quello che stavamo facendo.

    Oppure no.

    Non abbiamo bisogno di decidere anticipatamente quale delle due cose vincerà.

    È la situazione a determinarlo.

    L’Independent Activity ricrea qualcosa di simile nel training.

    L’attore non deve pianificare:

    Prima sarò concentrato sul compito, poi dopo trenta secondi mi arrabbierò con il partner.

    Deve occuparsi realmente di ciò che sta facendo e permettere che il comportamento dell’altro produca le proprie conseguenze.

    Non si tratta di fare due cose contemporaneamente

    È una distinzione sottile ma importante.

    L’Independent Activity non è un esercizio di multitasking.

    Non serve a dimostrare che l’attore può completare un lavoro manuale mentre contemporaneamente sostiene una conversazione.

    Il problema è molto più vicino alla recitazione.

    Nella scena, infatti, raramente l’attore esiste soltanto per parlare con il partner.

    I personaggi stanno vivendo.

    Hanno qualcosa da fare.

    Qualcosa li preoccupa.

    Qualcosa richiede la loro attenzione.

    Poi un’altra persona entra in quella realtà e la modifica.

    L’Independent Activity comincia ad allenare proprio questa complessità.

    Gli errori più comuni nell’Independent Activity

    L’esercizio perde forza quando l’attività viene scelta soltanto perché sembra interessante da guardare.

    Può succedere anche quando la difficoltà viene simulata, quando il “reason why” è costruito in modo artificiosamente drammatico oppure quando l’attore decide già in anticipo come il partner dovrebbe disturbarlo.

    In tutti questi casi ritorna lo stesso problema:

    l’attore comincia a produrre il risultato dell’esercizio invece di viverne le condizioni.

    Un altro errore è trasformare l’attività in semplice arredamento scenico.

    Tagliare qualcosa, sistemare oggetti o disegnare non costituisce automaticamente un’Independent Activity.

    La domanda è sempre:

    Sto davvero cercando di portare a termine qualcosa che richiede la mia attenzione e che, nelle circostanze che ho costruito, conta per me?

    L’attività non deve produrre un’emozione

    Anche qui bisogna evitare di invertire causa ed effetto.

    L’Independent Activity non viene costruita per permettere all’attore di mostrare ansia, rabbia o frustrazione.

    Meisner collega la difficoltà dell’attività e la ragione per svolgerla alla concentrazione dell’attore, dalla quale possono emergere conseguenze emotive. ORE Exeter

    Ma l’attore non dovrebbe partire dal risultato:

    Voglio diventare nervoso, quindi scelgo qualcosa di difficile.

    Parte dal problema concreto.

    L’emozione, se arriva, è una conseguenza di ciò che sta vivendo.

    Questa distinzione tornerà con ancora maggiore importanza quando il training affronterà la preparazione emotiva.

    Dalla reality of doing all’Independent Activity

    A questo punto diventa evidente il rapporto con il principio che abbiamo affrontato nell’articolo precedente.

    La reality of doing chiede all’attore di non rappresentare genericamente un’azione, ma di fare realmente ciò che può essere fatto nelle condizioni dell’esercizio.

    L’Independent Activity porta quel principio un passo avanti.

    Ora il fare:

    • richiede concentrazione;
    • incontra una difficoltà;
    • possiede una ragione;
    • viene disturbato dall’arrivo di un’altra persona.

    La ricerca sull’Independent Activity la collega direttamente all’affermazione di Meisner secondo cui il fondamento della recitazione risiede nella realtà del fare. StudyRes

    Non stiamo quindi aggiungendo semplicemente un nuovo esercizio.

    Stiamo complicando progressivamente un principio già introdotto.

    Perché questo passaggio conta per la recitazione

    Alla fine l’attore dovrà affrontare una scena scritta.

    Avrà delle battute precise.

    Avrà un personaggio.

    Avrà circostanze immaginarie.

    Avrà una relazione.

    Avrà un percorso drammatico che conosce già.

    Il rischio sarà sempre quello di abbandonare ciò che sta realmente accadendo per cominciare a eseguire la scena.

    L’Independent Activity lavora molto prima su una capacità fondamentale:

    essere profondamente coinvolti in qualcosa senza perdere la possibilità di essere modificati dall’altro.

    È uno dei passaggi attraverso cui il training cerca di costruire un attore che non debba scegliere tra concentrazione e disponibilità.

    Può avere qualcosa da fare.

    Può essere preparato.

    Può essere coinvolto.

    E tuttavia il partner può ancora sorprenderlo.

    Non un esercizio isolato, ma un passaggio del training

    È anche per questo che prendere l’Independent Activity fuori dalla progressione può ridurne il significato.

    Se viene trattata semplicemente come un esercizio divertente da fare durante una lezione di recitazione, è facile concentrarsi sugli aspetti esteriori.

    La difficoltà dell’attività.

    La creatività della scelta.

    L’effetto prodotto dall’interruzione.

    Ma dentro il percorso Meisner il suo significato è più preciso.

    Prima abbiamo cominciato a spostare l’attenzione verso il partner.

    Poi abbiamo lavorato sulla realtà del fare.

    Ora queste due richieste devono coesistere.

    L’attore ha qualcosa che conta e, nello stesso momento, davanti a sé ha qualcuno che può cambiare ciò che sta vivendo.

    È da questa crescente complessità che il training continua a svilupparsi.

    Continua il percorso

    Per comprendere il principio su cui si fonda questo esercizio, leggi:

    E se vuoi tornare al punto di partenza del lavoro con il partner:

  • Reality of doing nella Tecnica Meisner: cosa significa davvero

    Reality of doing nella Tecnica Meisner: cosa significa davvero

    Quando si incontra per la prima volta l’espressione reality of doing, può sembrare quasi banale.

    Se devi fare qualcosa sulla scena, fallo davvero.

    Ma dietro questa formulazione apparentemente semplice c’è uno dei principi fondamentali del lavoro di Sanford Meisner. Tanto che, all’inizio di Sanford Meisner on Acting, Meisner introduce il lavoro dei suoi studenti partendo proprio da questo punto:

    “The foundation of acting is the reality of doing.”

    La realtà del fare è il fondamento della recitazione. cursteatrubucuresti.ro

    Ma che cosa significa concretamente?

    E soprattutto: perché un principio apparentemente così elementare dovrebbe avere tanta importanza nella formazione di un attore?

    Prima di recitare, fare

    Una delle difficoltà dell’attore consiste nel fatto che sa di trovarsi all’interno di una rappresentazione.

    Sa che il pubblico sta guardando.

    Sa che la scena è stata provata.

    Sa che gli oggetti fanno parte di una scenografia.

    Sa che le circostanze sono immaginarie.

    Questa consapevolezza può portarlo, anche involontariamente, a rappresentare ciò che sta facendo invece di farlo realmente.

    Può mostrare di ascoltare invece di ascoltare.

    Può mostrare di osservare qualcosa invece di guardarla davvero.

    Può eseguire il comportamento che associa a una determinata azione senza essere realmente coinvolto nell’azione stessa.

    Meisner parte da un principio molto più semplice: se stai facendo qualcosa, fallo.

    Nel primo incontro raccontato in Sanford Meisner on Acting, utilizza attività elementari proprio per chiarire il concetto. Chiede agli studenti se lo stanno realmente ascoltando, li porta a contare o osservare elementi presenti nella stanza e insiste sulla differenza tra svolgere davvero un compito e rappresentare esteriormente l’idea di svolgerlo. cursteatrubucuresti.ro

    Fare davvero non significa semplicemente usare oggetti veri

    È qui che il concetto può essere frainteso.

    La reality of doing non significa soltanto:

    se devi bere, bevi davvero; se devi aprire una porta, aprila davvero.

    Questi esempi aiutano a comprenderne il principio, ma il problema è molto più profondo.

    La questione riguarda dove si trova l’attenzione dell’attore.

    Se sto realmente cercando qualcosa, la mia attenzione è rivolta alla ricerca.

    Se sto realmente contando, è rivolta a ciò che sto contando.

    Se sto realmente ascoltando qualcuno, è rivolta a quello che quella persona mi sta comunicando.

    Nel momento in cui cerco invece di sembrare concentrato, preoccupato, interessato o emozionato, una parte della mia attenzione torna verso di me.

    Comincio a controllare l’effetto della mia recitazione.

    Ed è proprio questo tipo di autocontrollo che il training cerca progressivamente di ridurre.

    L’esempio dell’ascolto

    L’ascolto permette di capire bene la differenza.

    Un attore può sapere perfettamente come appare una persona che ascolta.

    Può guardare il partner.

    Può annuire.

    Può reagire nei punti appropriati.

    Può aspettare che l’altro finisca di parlare prima di pronunciare la propria battuta.

    Eppure potrebbe non stare ascoltando davvero.

    Potrebbe essere concentrato sulla battuta successiva, sul tono che vuole utilizzare o sull’effetto che vuole ottenere.

    La reality of doing sposta la domanda.

    Non:

    Come posso far vedere che sto ascoltando?

    Ma:

    Sto realmente ascoltando?

    Nel testo di Meisner questo passaggio viene introdotto fin dalla prima lezione proprio attraverso la domanda rivolta agli studenti: stanno ascoltando oppure stanno fingendo di ascoltare? cursteatrubucuresti.ro

    È una distinzione semplice, ma contiene già molto del lavoro che verrà dopo.

    Dal risultato al processo

    L’attore tende facilmente a ragionare in termini di risultati.

    Devo essere arrabbiato.

    Devo essere commosso.

    Questa scena deve essere intensa.

    Qui il pubblico deve capire che sono nervoso.

    Il problema è che un risultato non è necessariamente qualcosa che possiamo fare.

    Possiamo invece agire.

    Possiamo cercare.

    Possiamo ascoltare.

    Possiamo convincere.

    Possiamo costruire, riparare, organizzare, nascondere, ottenere qualcosa.

    Il principio della reality of doing riporta l’attore verso il processo concreto invece che verso l’effetto finale.

    William Esper, sviluppando il lavoro ricevuto da Meisner, presenta questo principio proprio come uno dei fondamenti del training: l’attenzione viene posta sull’imparare a fare realmente, non a produrre l’apparenza del fare. Penguin Random House Higher Education

    Perché il fare aiuta a ridurre l’autocontrollo

    Pensiamo a una situazione quotidiana.

    Se stiamo realmente cercando una chiave che abbiamo perso e abbiamo urgente bisogno di trovarla, difficilmente ci chiediamo:

    Sto sembrando abbastanza concentrato?

    Siamo occupati da un problema.

    La nostra attenzione ha una destinazione.

    Questo non significa che un attore debba dimenticare di essere su un palcoscenico o perdere ogni consapevolezza tecnica.

    Significa che, nel momento del lavoro, deve poter affidare una parte sempre maggiore della propria attenzione a qualcosa che esiste fuori dal controllo della propria performance.

    È uno dei motivi per cui il fare acquista tanta importanza nel training.

    L’attore non riceve semplicemente l’istruzione di essere più spontaneo.

    Gli viene dato qualcosa che può realmente fare.

    Reality of doing e repetition

    Anche la repetition può essere compresa meglio attraverso questo principio.

    Quando due attori affrontano correttamente l’esercizio, non dovrebbero cercare di rappresentare l’ascolto.

    Devono realmente osservare e ricevere qualcosa dall’altra persona.

    Se il partner cambia, c’è qualcosa da ricevere.

    Se qualcosa nel suo comportamento colpisce l’attore, quella modificazione diventa parte del lavoro.

    La repetition non chiede quindi di produrre artificialmente una relazione interessante.

    Crea una situazione estremamente semplice nella quale l’attore può cominciare a fare realmente una cosa fondamentale: prestare attenzione all’altro.

    Per questo repetition e reality of doing non sono due idee separate.

    Appartengono alla stessa costruzione progressiva.

    Ma le circostanze della scena sono immaginarie

    Qui compare quello che potrebbe sembrare un paradosso.

    La recitazione avviene dentro circostanze immaginarie.

    Se tutto deve essere reale, come può un attore lavorare con qualcosa che non esiste?

    Il punto non è rendere reale la finzione.

    Il punto è rendere reale ciò che l’attore fa all’interno della finzione.

    Le circostanze possono essere immaginarie, ma l’attenzione, l’azione, l’ascolto e le conseguenze che l’attore riceve nel momento possono essere autentici.

    Esper formula questa continuità collegando direttamente il fare alle circostanze immaginarie: il lavoro non consiste nel sostituire l’immaginazione con la realtà quotidiana, ma nel permettere all’attore di fare realmente dentro una realtà immaginata. Penguin Random House Higher Education

    È una distinzione essenziale.

    La reality of doing non significa ignorare la tecnica

    Un altro possibile equivoco sarebbe pensare:

    Allora basta fare davvero qualcosa e la recitazione diventa automaticamente vera.

    No.

    La reality of doing è una fondazione, non l’intero edificio.

    Meisner la introduce all’inizio proprio perché su quella base verranno progressivamente aggiunti nuovi problemi.

    Il partner.

    Le attività.

    Le circostanze.

    La preparazione emotiva.

    Le relazioni.

    Il testo.

    Il personaggio.

    Man mano che il training procede, la difficoltà cresce: l’attore deve conservare la capacità di fare e rispondere realmente mentre aumenta tutto ciò che deve sostenere.

    È per questo che la Tecnica Meisner non può essere ridotta a un semplice invito alla spontaneità.

    È un training progressivo.

    Quando il fare diventa più difficile

    Contare oggetti in una stanza è relativamente semplice.

    Continuare a fare realmente qualcosa mentre un’altra persona entra, ci parla, ci provoca o modifica il nostro stato è molto più difficile.

    Ed è proprio qui che il training comincia a evolversi.

    L’attore deve scoprire se ciò che sta facendo è abbastanza concreto da occupare davvero la propria attenzione e, contemporaneamente, se rimane disponibile a ciò che arriva dal partner.

    Nasce così una tensione fondamentale:

    fare realmente qualcosa senza chiudersi all’altra persona.

    Questa tensione ci porta direttamente verso uno dei passaggi successivi del training: la Independent Activity.

    Dal principio all’Independent Activity

    Con l’Independent Activity la reality of doing non rimane più soltanto un principio astratto.

    L’attore riceve qualcosa da fare.

    L’attività richiede attenzione, precisione e coinvolgimento.

    Nel frattempo, però, esiste anche un partner.

    E improvvisamente due esigenze possono entrare in conflitto: ciò che devo fare e ciò che sta accadendo tra me e l’altra persona.

    È proprio questo che rende l’esercizio interessante.

    Non si tratta semplicemente di tenere le mani occupate mentre si fa repetition.

    L’attività introduce un nuovo livello di complessità nel training e mette alla prova la capacità dell’attore di rimanere dentro il fare senza smettere di ricevere il partner.

    Ed è da qui che proseguiremo nel prossimo approfondimento.

    La semplicità alla base del training

    La reality of doing può sembrare uno dei principi più semplici della Tecnica Meisner.

    In un certo senso lo è.

    Ma proprio questa semplicità permette di vedere un problema molto profondo del lavoro dell’attore.

    Sto facendo qualcosa oppure sto mostrando al pubblico l’idea di qualcuno che la sta facendo?

    Gran parte del training che seguirà renderà questa domanda progressivamente più complessa.

    Ma il punto di partenza rimane sorprendentemente elementare:

    prima di cercare di produrre una performance credibile, l’attore deve imparare a fare realmente.

    Il passo successivo del training

    Nel prossimo approfondimento vedremo come questo principio entra concretamente nella Independent Activity e perché Meisner introduce un’attività reale all’interno del lavoro con il partner.