Independent Activity nella Tecnica Meisner: perché l’attore deve avere qualcosa da fare

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opo i primi esercizi di repetition, nel training Meisner compare un elemento nuovo.

Uno dei due attori non è più semplicemente disponibile al partner: ha qualcosa da fare.

Deve completare un’attività concreta, sufficientemente impegnativa da richiedere davvero la sua attenzione. Poi arriva un’altra persona. Il rapporto con il partner entra così in uno spazio che era già occupato da un compito reale.

È l’inizio dell’Independent Activity.

Vista dall’esterno può sembrare un modo per dare all’attore qualcosa con cui tenersi occupato durante una scena.

Ma il suo scopo è molto più preciso.

L’Independent Activity mette alla prova una delle domande fondamentali del training:

riesco a fare realmente qualcosa e, nello stesso tempo, a rimanere disponibile a ciò che un’altra persona provoca in me?

Dalla repetition a qualcosa di più complesso

Nella repetition iniziale il lavoro viene deliberatamente semplificato.

L’attore non deve sostenere un testo complesso, interpretare un personaggio o realizzare una serie di azioni sceniche. Può concentrare maggiormente la propria attenzione sul partner.

Ma una scena non funziona così.

Nella recitazione dobbiamo quasi sempre gestire più elementi contemporaneamente.

Abbiamo qualcosa da fare.

Abbiamo delle circostanze.

Abbiamo un obiettivo.

E abbiamo un’altra persona che può interferire con ciò che stiamo facendo.

L’Independent Activity introduce quindi un nuovo livello di difficoltà senza abbandonare ciò che era stato costruito attraverso la repetition.

Il partner rimane importante.

Ma ora non è più l’unica cosa che esiste.

Che cos’è un’Independent Activity?

Nel lavoro documentato in Sanford Meisner on Acting, Meisner introduce l’esercizio chiedendo allo studente di svolgere un compito che richieda una vera concentrazione.

Il primo esempio raccontato nel libro riguarda la ricerca di un numero telefonico all’interno dell’elenco di Manhattan. Il punto non è naturalmente l’elenco telefonico in sé: ciò che conta è che l’attore abbia un compito effettivo da portare avanti.

Meisner specifica inoltre due condizioni decisive: l’attività deve essere difficile e deve esserci una ragione per cui è necessario farla. La difficoltà e il “reason why” contribuiscono a rendere concreta la concentrazione dell’attore. ORE Exeter

Non basta quindi decidere:

Metto in ordine alcuni oggetti mentre faccio la scena.

Deve esserci realmente qualcosa da risolvere.

L’attività deve essere difficile

Perché la difficoltà è così importante?

Perché un compito troppo semplice lascia libera una grande quantità di attenzione.

Se posso completarlo automaticamente, posso contemporaneamente pensare:

Come sto recitando?

Quando entrerà il mio partner?

Che reazione dovrei avere?

L’attività smette di funzionare come qualcosa di reale e diventa una scenografia per l’esercizio.

Quando invece il compito richiede precisione e concentrazione, l’attore deve occuparsene veramente.

Nel lavoro riportato da Meisner, la difficoltà serve proprio a coinvolgere la concentrazione dell’attore. ORE Exeter

Difficile non significa impossibile

Qui esiste una distinzione importante.

Se l’attività è impossibile, l’attore non può più investire realmente nel tentativo di riuscire.

Sa già che fallirà.

A quel punto rischia nuovamente di rappresentare lo sforzo invece di affrontare un problema concreto.

L’attività deve quindi porre una difficoltà autentica, ma deve rimanere qualcosa che l’attore può realisticamente tentare di portare a termine.

Il punto non è dimostrare quanto sia complicato l’esercizio.

È creare una condizione nella quale sia necessario fare davvero.

Non basta la difficoltà: serve una ragione

Immaginiamo di dover risolvere un puzzle molto complicato.

Può essere difficile.

Può richiedere attenzione.

Ma perché dovremmo preoccuparci davvero di finirlo?

Se la risposta è semplicemente:

Perché l’insegnante me l’ha chiesto,

l’attività rischia di rimanere tecnicamente impegnativa ma umanamente irrilevante.

Per questo Meisner introduce il reason why.

Deve esserci qualcosa che renda importante portare a termine quel compito.

La ragione crea una relazione tra la persona e ciò che sta facendo.

Non sto semplicemente completando un’attività difficile.

Ho bisogno di completarla per una ragione.

La ricerca sul lavoro di Meisner mostra come difficoltà e “reason why” siano strettamente collegati: entrambi contribuiscono alla concentrazione e all’investimento dell’attore nell’attività. ORE Exeter

La ragione non deve essere enorme per sembrare importante

Qui compare un errore molto comune.

Quando un attore sente che deve avere una forte ragione per completare qualcosa, può essere tentato di rendere la situazione gigantesca.

Se non finisco questo puzzle perderò un milione di dollari.

Se non aggiusto questo oggetto succederà una tragedia.

Se non termino il lavoro la mia intera vita sarà distrutta.

Ma aumentare artificialmente la posta in gioco non rende automaticamente più vero il coinvolgimento.

In Sanford Meisner on Acting Meisner corregge proprio uno studente che aveva utilizzato la prospettiva di un premio enorme per cercare di rendere più importante la propria attività: il problema non era trovare una cifra sempre più grande, ma costruire una ragione che funzionasse realmente per lui. studylib.net

È un punto importante.

L’immaginazione deve coinvolgere l’attore, non impressionare chi guarda.

Poi qualcuno bussa alla porta

A questo punto l’esercizio potrebbe sembrare semplicemente un allenamento alla concentrazione.

Ma non lo è.

L’attore comincia l’attività.

È impegnato.

Poi arriva il partner.

Nel percorso documentato da Meisner, questa fase viene introdotta nel capitolo significativamente intitolato The Knock on the Door: l’attività indipendente viene combinata con l’arrivo dell’altro attore e con il lavoro relazionale sviluppato attraverso la repetition. Google Libri

Ed è qui che l’esercizio diventa davvero interessante.

Perché improvvisamente esistono due realtà contemporaneamente.

C’è qualcosa che devo fare.

E c’è una persona che può modificarmi.

L’Independent Activity non serve a ignorare il partner

Un possibile fraintendimento consiste nel pensare che l’attore debba rimanere completamente assorbito dalla propria attività.

Se il partner entra e io continuo imperterrito a lavorare senza lasciarmi influenzare, potrei sembrare molto concentrato.

Ma avrei perso una parte fondamentale del training.

L’attività non è una barriera che mi protegge dall’altro.

Al contrario, crea una situazione nella quale l’attore deve mantenere contemporaneamente due possibilità:

ciò che sto facendo conta davvero; ciò che l’altra persona fa conta davvero.

Se abbandono immediatamente l’attività appena arriva il partner, probabilmente il compito non era abbastanza importante.

Se invece continuo l’attività come se il partner non esistesse, non sto più ricevendo realmente ciò che accade.

È precisamente questa tensione a rendere produttivo l’esercizio.

Due fonti di attenzione che entrano in conflitto

Nella vita quotidiana accade continuamente.

Stiamo lavorando a qualcosa di importante e qualcuno ci interrompe.

All’inizio vogliamo continuare.

Poi quella persona dice qualcosa che ci colpisce.

Cerchiamo di tornare al compito.

Ci interrompe nuovamente.

A un certo punto ciò che accade nella relazione può diventare più importante di quello che stavamo facendo.

Oppure no.

Non abbiamo bisogno di decidere anticipatamente quale delle due cose vincerà.

È la situazione a determinarlo.

L’Independent Activity ricrea qualcosa di simile nel training.

L’attore non deve pianificare:

Prima sarò concentrato sul compito, poi dopo trenta secondi mi arrabbierò con il partner.

Deve occuparsi realmente di ciò che sta facendo e permettere che il comportamento dell’altro produca le proprie conseguenze.

Non si tratta di fare due cose contemporaneamente

È una distinzione sottile ma importante.

L’Independent Activity non è un esercizio di multitasking.

Non serve a dimostrare che l’attore può completare un lavoro manuale mentre contemporaneamente sostiene una conversazione.

Il problema è molto più vicino alla recitazione.

Nella scena, infatti, raramente l’attore esiste soltanto per parlare con il partner.

I personaggi stanno vivendo.

Hanno qualcosa da fare.

Qualcosa li preoccupa.

Qualcosa richiede la loro attenzione.

Poi un’altra persona entra in quella realtà e la modifica.

L’Independent Activity comincia ad allenare proprio questa complessità.

Gli errori più comuni nell’Independent Activity

L’esercizio perde forza quando l’attività viene scelta soltanto perché sembra interessante da guardare.

Può succedere anche quando la difficoltà viene simulata, quando il “reason why” è costruito in modo artificiosamente drammatico oppure quando l’attore decide già in anticipo come il partner dovrebbe disturbarlo.

In tutti questi casi ritorna lo stesso problema:

l’attore comincia a produrre il risultato dell’esercizio invece di viverne le condizioni.

Un altro errore è trasformare l’attività in semplice arredamento scenico.

Tagliare qualcosa, sistemare oggetti o disegnare non costituisce automaticamente un’Independent Activity.

La domanda è sempre:

Sto davvero cercando di portare a termine qualcosa che richiede la mia attenzione e che, nelle circostanze che ho costruito, conta per me?

L’attività non deve produrre un’emozione

Anche qui bisogna evitare di invertire causa ed effetto.

L’Independent Activity non viene costruita per permettere all’attore di mostrare ansia, rabbia o frustrazione.

Meisner collega la difficoltà dell’attività e la ragione per svolgerla alla concentrazione dell’attore, dalla quale possono emergere conseguenze emotive. ORE Exeter

Ma l’attore non dovrebbe partire dal risultato:

Voglio diventare nervoso, quindi scelgo qualcosa di difficile.

Parte dal problema concreto.

L’emozione, se arriva, è una conseguenza di ciò che sta vivendo.

Questa distinzione tornerà con ancora maggiore importanza quando il training affronterà la preparazione emotiva.

Dalla reality of doing all’Independent Activity

A questo punto diventa evidente il rapporto con il principio che abbiamo affrontato nell’articolo precedente.

La reality of doing chiede all’attore di non rappresentare genericamente un’azione, ma di fare realmente ciò che può essere fatto nelle condizioni dell’esercizio.

L’Independent Activity porta quel principio un passo avanti.

Ora il fare:

  • richiede concentrazione;
  • incontra una difficoltà;
  • possiede una ragione;
  • viene disturbato dall’arrivo di un’altra persona.

La ricerca sull’Independent Activity la collega direttamente all’affermazione di Meisner secondo cui il fondamento della recitazione risiede nella realtà del fare. StudyRes

Non stiamo quindi aggiungendo semplicemente un nuovo esercizio.

Stiamo complicando progressivamente un principio già introdotto.

Perché questo passaggio conta per la recitazione

Alla fine l’attore dovrà affrontare una scena scritta.

Avrà delle battute precise.

Avrà un personaggio.

Avrà circostanze immaginarie.

Avrà una relazione.

Avrà un percorso drammatico che conosce già.

Il rischio sarà sempre quello di abbandonare ciò che sta realmente accadendo per cominciare a eseguire la scena.

L’Independent Activity lavora molto prima su una capacità fondamentale:

essere profondamente coinvolti in qualcosa senza perdere la possibilità di essere modificati dall’altro.

È uno dei passaggi attraverso cui il training cerca di costruire un attore che non debba scegliere tra concentrazione e disponibilità.

Può avere qualcosa da fare.

Può essere preparato.

Può essere coinvolto.

E tuttavia il partner può ancora sorprenderlo.

Non un esercizio isolato, ma un passaggio del training

È anche per questo che prendere l’Independent Activity fuori dalla progressione può ridurne il significato.

Se viene trattata semplicemente come un esercizio divertente da fare durante una lezione di recitazione, è facile concentrarsi sugli aspetti esteriori.

La difficoltà dell’attività.

La creatività della scelta.

L’effetto prodotto dall’interruzione.

Ma dentro il percorso Meisner il suo significato è più preciso.

Prima abbiamo cominciato a spostare l’attenzione verso il partner.

Poi abbiamo lavorato sulla realtà del fare.

Ora queste due richieste devono coesistere.

L’attore ha qualcosa che conta e, nello stesso momento, davanti a sé ha qualcuno che può cambiare ciò che sta vivendo.

È da questa crescente complessità che il training continua a svilupparsi.

Continua il percorso

Per comprendere il principio su cui si fonda questo esercizio, leggi:

E se vuoi tornare al punto di partenza del lavoro con il partner:

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