Tecnica Meisner significa essere se stessi? Uno degli equivoci più comuni

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Tecnica Meisner significa essere se stessi? Uno degli equivoci più comuni

Una delle semplificazioni più frequenti sulla Tecnica Meisner è questa:

se devo essere spontaneo, ascoltare davvero e non costruire dall’esterno le mie reazioni, allora devo semplicemente essere me stesso.

Sembra una conclusione logica.

Ma porta fuori strada.

La Tecnica Meisner non chiede all’attore di interpretare sempre una versione di sé nella vita quotidiana.

Chiede qualcosa di più complesso:

utilizzare se stesso come strumento senza essere limitato a se stesso come risultato.

Essere autentici non significa essere identici a sé

Un attore può essere autentico mentre interpreta qualcuno molto diverso da sé.

Può avere:

un’altra età,

un’altra educazione,

un’altra classe sociale,

un altro temperamento,

un altro rapporto con il corpo,

un altro modo di affrontare il conflitto,

un’altra relazione con il potere,

un altro mondo morale.

La verità del comportamento non dipende dal fatto che il personaggio somigli all’attore.

Dipende dal fatto che ciò che accade venga realmente vissuto dentro quelle condizioni.

Quindi il problema non è:

Sto facendo quello che farei io nella mia vita?

Ma:

Sto vivendo realmente ciò che accadrebbe dentro queste circostanze?

L’attore parte inevitabilmente da sé

Esiste però una ragione per cui nasce l’equivoco.

L’attore non possiede un altro sistema nervoso.

Non può prendere in prestito:

la sensibilità di un’altra persona,

un altro corpo,

un’altra immaginazione,

un’altra capacità di essere colpito dagli eventi.

Lo strumento rimane lui.

Per questo il lavoro deve inevitabilmente passare attraverso qualcosa di personale.

Ma “personale” non significa necessariamente “autobiografico” e non significa “abituale”.

È una differenza fondamentale.

Il proprio comportamento quotidiano è solo una parte delle possibilità

Immaginiamo una persona molto tranquilla nella vita.

Potrebbe concludere:

Io non sono aggressivo, quindi non posso interpretare qualcuno di violento senza fingere.

Ma questa conclusione confonde abitudine e possibilità.

Il fatto che nella vita quotidiana una persona non manifesti certi comportamenti non significa che non possa svilupparne la capacità dentro circostanze diverse.

Il training serve anche ad ampliare ciò che l’attore può fare.

Non soltanto a rendere più spontaneo quello che fa già.

Spontaneità non significa assenza di costruzione

Un’altra semplificazione consiste nel pensare che tutto ciò che viene costruito sia falso.

Se devo essere spontaneo, allora non dovrei preparare troppo.

Non dovrei creare il personaggio.

Non dovrei lavorare sulle circostanze.

Non dovrei fare scelte.

Ma spontaneità e preparazione non sono necessariamente opposte.

Anzi.

Un attore può preparare moltissimo e rimanere disponibile.

Può studiare:

il testo,

le circostanze,

il periodo storico,

le relazioni,

la fisicità,

la biografia del personaggio.

Il problema nasce solo quando questa preparazione comincia a decidere anticipatamente ogni comportamento.

Essere se stessi può diventare un’altra forma di rigidità

Paradossalmente anche il comando:

“Sii te stesso”

può diventare una formula.

L’attore può iniziare a proteggere una certa immagine della propria spontaneità.

Io reagisco così.

Io non parlerei mai in quel modo.

Io non farei quella cosa.

Ma in quel momento il proprio carattere quotidiano diventa una gabbia.

L’attore non sta più cercando verità.

Sta difendendo la propria identità abituale.

Il personaggio cambia il significato degli eventi

Supponiamo che qualcuno entri in una stanza e dica:

Devo parlarti.

La frase è identica.

Ma può produrre conseguenze completamente diverse a seconda della relazione.

Se chi parla è:

un genitore,

un amante,

un superiore,

un figlio,

una persona che temiamo,

qualcuno che crediamo di aver tradito,

il significato dell’evento cambia.

E se cambia il significato, cambia anche ciò che può accadere dentro l’attore.

Non serve imitare qualcuno di diverso da noi.

Serve modificare le condizioni.

Le Relationships mostrano bene questo principio

Nel lavoro sulle Relationships, il partner non viene trattato come una presenza neutra.

Ha un significato.

Questo significato modifica ciò che riceviamo.

La stessa persona può essere vissuta in modi completamente diversi a seconda delle circostanze.

Ed è già una dimostrazione del fatto che spontaneità non significa comportamento invariabile.

Il comportamento cambia perché cambia il mondo nel quale l’attore si trova.

Anche la preparazione emotiva non è “essere se stessi”

La preparazione emotiva rende ancora più evidente il problema.

L’attore può utilizzare l’immaginazione per arrivare dentro una condizione emotiva che non coincide con quella che avrebbe avuto normalmente quel giorno.

Non è una bugia.

Sta utilizzando uno strumento per rendere disponibile una vita interiore coerente con le circostanze.

La risposta è personale.

Ma la condizione è costruita.

Questo è un punto essenziale.

Personale non significa casuale.

Il testo ci porta ancora più lontano

Quando arriva il copione, le parole non appartengono più all’attore.

Sono già state scritte.

Il personaggio può utilizzare un linguaggio che l’attore non userebbe mai.

Può avere valori e convinzioni completamente differenti.

Può dire cose che l’attore personalmente rifiuta.

Eppure il compito rimane quello di far sì che quelle parole diventino vive.

Non adattare tutto a sé.

Ma trovare il modo di viverlo realmente.

Il personaggio amplia, non cancella

Nel precedente articolo abbiamo formulato un principio utile:

Il personaggio non sostituisce l’attore: modifica le condizioni nelle quali l’attore deve vivere.

Questa frase chiarisce anche l’equivoco dell’“essere se stessi”.

L’attore non viene eliminato.

Ma nemmeno rimane immutato.

Il personaggio introduce:

nuove condizioni,

nuove abitudini,

nuove relazioni,

nuove necessità,

nuove possibilità fisiche,

nuovi significati.

L’attore continua a vivere.

Ma vive dentro una realtà costruita che non coincide con la propria vita quotidiana.

Verità non significa naturalismo quotidiano

Un altro equivoco nasce dall’idea che comportamento vero significhi comportamento ordinario.

Ma una persona può essere vera anche dentro circostanze estreme.

Può essere:

un re,

un assassino,

un soldato,

un aristocratico del Settecento,

una persona in guerra,

qualcuno che sta per perdere tutto.

Il fatto che l’attore non abbia vissuto quelle situazioni non impedisce il lavoro.

Altrimenti la recitazione sarebbe limitata alla propria autobiografia.

L’immaginazione serve proprio ad andare oltre.

L’immaginazione permette di superare i propri limiti

Una delle funzioni fondamentali dell’immaginazione è permettere all’attore di investire in qualcosa che non appartiene letteralmente alla propria esperienza.

Non è necessario aver vissuto ogni evento.

Non è necessario condividere ogni convinzione del personaggio.

Non è necessario comportarsi normalmente come lui.

Bisogna però trovare un modo perché quelle circostanze acquistino un significato abbastanza forte da poter produrre comportamento.

Qui la recitazione smette di essere semplice autoespressione.

Diventa trasformazione.

Il rischio opposto: inventare tutto dall’esterno

Se da una parte esiste il pericolo di rimanere troppo vicini a sé, dall’altra esiste quello di allontanarsi così tanto da costruire soltanto una forma.

Accento.

Voce.

Camminata.

Gesti.

Espressioni.

Sono tutti elementi potenzialmente utili.

Ma se non modificano realmente ciò che accade dentro la scena, rimangono decorazione.

Il personaggio può sembrare molto diverso dall’attore e tuttavia essere completamente morto.

Differenza esteriore non significa automaticamente trasformazione.

Trasformarsi non significa nascondersi

Un personaggio molto costruito può anche diventare un rifugio.

Dietro una voce diversa o una fisicità molto marcata, l’attore può sentirsi protetto.

Non deve più rischiare una risposta personale.

Può dire:

È il personaggio che fa questo.

Ma se il lavoro diventa una protezione dall’esperienza, qualcosa si è perso.

La trasformazione dovrebbe ampliare la disponibilità dell’attore.

Non ridurla.

La domanda non è “cosa farei io?”

Questo è forse il punto più importante.

Pensare:

Che cosa farei io in questa situazione?

può essere utile solo fino a un certo punto.

Perché il personaggio potrebbe non condividere:

la nostra storia,

i nostri valori,

i nostri limiti,

le nostre abitudini,

le nostre paure.

Una domanda più fertile è:

Cosa diventa possibile per me se accetto realmente queste circostanze?

La differenza è grande.

La prima riporta tutto alla nostra identità quotidiana.

La seconda utilizza noi stessi come materiale da trasformare.

“Essere se stessi” e “essere veri” non sono sinonimi

Possiamo quindi separare due concetti spesso confusi.

Essere se stessi significa comportarsi secondo le proprie abitudini quotidiane.

Essere veri significa non sostituire l’esperienza con una rappresentazione artificiale del risultato.

Sono cose diverse.

Un attore può comportarsi esattamente come nella propria vita ed essere falso.

Può invece interpretare qualcuno lontanissimo da sé ed essere completamente credibile.

La verità non dipende dalla somiglianza.

Dipende dalla qualità dell’esperienza.

La Tecnica Meisner non elimina la trasformazione

Ridurre Meisner all’idea di “essere naturali” o “essere se stessi” significa fermarsi ai primi effetti visibili del training.

La progressione va molto oltre.

Il lavoro costruisce prima una capacità di risposta.

Poi aumenta progressivamente la complessità:

reality of doing,

Independent Activity,

preparazione emotiva,

Relationships,

testo,

personaggio.

Ogni elemento allontana l’attore da una semplice versione quotidiana di sé.

Ma cerca di farlo senza sacrificare la vitalità costruita all’inizio.

L’obiettivo non è essere naturali: è essere disponibili

Forse il termine più utile non è naturalezza.

È disponibilità.

Disponibilità a:

ricevere,

immaginare,

lasciarsi modificare,

agire,

entrare in circostanze diverse,

sviluppare comportamenti non abituali,

andare oltre ciò che conosciamo di noi stessi.

Il personaggio nasce proprio da questa espansione.

Essere più di ciò che siamo abitualmente

Alla fine la Tecnica Meisner non chiede all’attore di scegliere tra due possibilità:

essere se stesso

oppure

fingere di essere qualcun altro.

Il lavoro cerca qualcosa di più interessante.

Partire da ciò che l’attore possiede realmente e utilizzarlo per arrivare in territori che normalmente non abita.

La verità non obbliga l’attore a rimanere se stesso. Gli permette di andare oltre se stesso senza smettere di vivere realmente.

È questa la differenza.

E probabilmente è anche uno dei motivi per cui il character work arriva solo dopo una lunga progressione.

Prima bisogna costruire qualcosa che rimanga vivo.

Poi si può iniziare a trasformarlo.

Continua il percorso

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